Trump minaccia dazi UE al 35% sugli investimenti

Farmaceutica a rischio: tariffe Usa fino al 250%

Una nuova tempesta commerciale potrebbe abbattersi tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente americano Donald Trump ha lanciato un duro avvertimento all’Unione Europea, minacciando dazi del 35% se non verranno rispettati gli impegni di investimento da 600 miliardi di dollari già promessi dagli Stati membri sul territorio statunitense. Una misura che, secondo il tycoon, giustifica l’attuale “sconto” concesso: il tetto tariffario del 15% introdotto dopo l’accordo provvisorio siglato a Turnberry. Trump ha puntato il mirino anche sul settore farmaceutico, annunciando che le tariffe sull’importazione di medicinali europei potrebbero raggiungere il 250% nel giro di un anno e mezzo: “Vogliamo che i farmaci siano prodotti negli Stati Uniti. Inizieremo con una tariffa modesta, ma poi salirà rapidamente al 150% e infine al 250%”.

La reazione della Commissione Europea è arrivata con tempismo diplomatico. Durante il briefing quotidiano con la stampa, il portavoce al Commercio Olof Gill ha annunciato che Bruxelles ha deciso di sospendere le contromisure previste per il 7 agosto, in segno di buona volontà e sulla base dell’intesa preliminare raggiunta in Scozia. La procedura d’urgenza per bloccare le ritorsioni è già stata avviata. La dichiarazione congiunta ufficiale tra UE e Stati Uniti, che dovrebbe definire l’ambito del negoziato commerciale in corso, è ancora in lavorazione, ma “pronta al 95%”, secondo una fonte europea a Bruxelles. Tuttavia, la sua pubblicazione è stata rimandata, a causa degli impegni multilaterali dell’amministrazione Trump e della complessità delle interlocuzioni con tre entità distinte: il Dipartimento del Commercio, l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio e la Casa Bianca.
Uno dei nodi più delicati riguarda alcuni prodotti simbolo del Made in Europe, come vino, birra e superalcolici, che non rientreranno inizialmente nell’elenco dei beni beneficiari di dazi zero o della cosiddetta tariffa MFN (nazione più favorita). Saranno quindi soggetti alla tariffa standard del 15%, come gran parte delle merci UE. Un alto funzionario della Commissione ha però assicurato che “il lavoro con gli Usa proseguirà per ottenere dazi più favorevoli su questi beni, particolarmente importanti per molte economie nazionali dell’UE”. L’intento è di far leva sul fatto che gli USA non producono una vasta gamma di prodotti vinicoli europei, unici e spesso legati a denominazioni geografiche protette, come lo champagne o l’amarone. “Si tratta di prodotti trasformati ad alto valore aggiunto e con un peso rilevante per l’export europeo. Per questo, continueremo a insistere per il loro inserimento nel regime agevolato”, ha dichiarato il funzionario.

Le tensioni si sono ulteriormente intensificate dopo le dichiarazioni critiche del ministro dell’Economia tedesco Lars Klingbeil, che dagli Stati Uniti ha accusato la Commissione di essere stata troppo accondiscendente nei negoziati. Bruxelles ha reagito con stupore. “Siamo rimasti molto sorpresi”, ha replicato Gill, ricordando che la Germania è stata tra i Paesi che più hanno spinto per un accordo rapido con Washington per evitare una guerra commerciale. “Nulla è stato deciso senza consultare gli Stati membri. Abbiamo rispettato ogni indicazione ricevuta”, ha sottolineato Gill, precisando che “l’accordo ha garantito l’accesso continuo al mercato Usa per le aziende europee, stabilizzando un contesto globale molto volatile”. La portavoce Arianna Podestà ha aggiunto che da Berlino sono giunti anche segnali di segno opposto, a conferma della frammentazione interna all’esecutivo tedesco.

In un momento economico già fragile, con pressioni inflazionistiche e catene di approvvigionamento instabili, l’eventualità di una nuova ondata di dazi rischia di destabilizzare ulteriormente i rapporti economici tra due dei principali blocchi commerciali mondiali. L’accordo raggiunto, pur non essendo giuridicamente vincolante, ha finora funzionato come una polizza assicurativa, mantenendo i dazi europei su un tetto massimo e scongiurando escalation improvvise. Tuttavia, l’ultimatum di Trump, legato agli investimenti industriali promessi, potrebbe compromettere il fragile equilibrio raggiunto. A livello pratico, ciò significa che se gli Stati membri non avvieranno concretamente i progetti da 600 miliardi, le esportazioni europee – in particolare automotive, chimica e agroalimentare – saranno le prime a farne le spese. Il settore farmaceutico, su cui Trump ha già annunciato le sue intenzioni protezionistiche, rappresenta un campanello d’allarme.

La Commissione Europea attende ora il completamento della dichiarazione congiunta per avere un quadro più chiaro sui margini di manovra futuri. Tuttavia, come ha ribadito Gill, l’obiettivo resta lo stesso: “collaborare con gli Stati Uniti per affrontare le sfide comuni, promuovere la sicurezza economica e garantire stabilità al commercio internazionale”. Ma il tempo stringe. Se Trump dovesse procedere con l’innalzamento delle tariffe, l’UE si troverebbe davanti a un bivio: subire o reagire. E questa volta, la guerra commerciale potrebbe diventare realtà.

(Tog/Adnkronos)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts

No widgets found. Go to Widget page and add the widget in Offcanvas Sidebar Widget Area.