Fiom: “Caso discriminatorio, violata la legge italiana”
Una lavoratrice di 35 anni, dipendente della I-Tech Industries, azienda del settore benessere con sede in provincia di Bologna, è stata oggetto di due licenziamenti nel giro di venti giorni: il primo in seguito alla gravidanza, il secondo dopo un aborto spontaneo. La Fiom-Cgil di Bologna ha definito l’intera vicenda un grave caso di discriminazione e ha attivato i canali legali per ottenere giustizia.
Assunta da circa otto mesi con un contratto da metalmeccanica, la donna ha ricevuto il 22 aprile una comunicazione di licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”. La motivazione fornita dall’azienda riguarda l’esternalizzazione della sua funzione, che sarebbe stata affidata a una ditta terza. Tuttavia, secondo la ricostruzione della Fiom-Cgil, la cessazione del rapporto lavorativo è stata determinata dallo stato di gravidanza, da poco comunicato alla direzione dopo un percorso di procreazione medicalmente assistita.
L’azienda, secondo il sindacato, era perfettamente a conoscenza della condizione della dipendente. Questo rende ancora più rilevante il contrasto con quanto previsto dalla normativa italiana, che vieta espressamente il licenziamento per gravidanza fino al compimento del primo anno di vita del bambino. Il contratto nazionale, inoltre, rafforza la tutela per i casi di maternità da tecniche assistite.
Due giorni dopo la comunicazione iniziale, il 24 aprile, la società ha fatto marcia indietro, ritirando formalmente il provvedimento e reintegrando la dipendente. Il reintegro, però, non ha avuto reale esecuzione: la lavoratrice non è mai stata effettivamente reinserita nell’organico attivo, secondo quanto riferisce il sindacato.
Poco dopo, un nuovo evento ha modificato drasticamente la situazione. Il 6 maggio, durante una visita medica, alla lavoratrice è stato segnalato un rischio clinico legato alla gravidanza. Lei ha informato l’azienda che il 9 maggio avrebbe effettuato un ulteriore controllo ospedaliero. In quell’occasione, si è verificato un aborto spontaneo, evento che ha aggravato lo stato di vulnerabilità della donna.
Al rientro previsto per il 12 maggio, l’azienda ha consegnato una seconda lettera di licenziamento. Il contenuto era identico al primo: anche stavolta veniva indicata come motivazione l’esternalizzazione della funzione. Per la Fiom, il secondo licenziamento è avvenuto senza alcuna interruzione della catena causale discriminatoria e rappresenta una reiterazione della condotta illegittima.
La normativa italiana, sancita dal decreto legislativo 151/2001, prevede una protezione assoluta per le lavoratrici in gravidanza. Il divieto di licenziamento ha efficacia automatica e opera anche se l’azienda non era inizialmente al corrente della gravidanza. È sufficiente che la lavoratrice dimostri con certificazione medica che al momento del licenziamento era in stato interessante.
La sanzione per la violazione di tale norma è la nullità del licenziamento, con conseguente diritto al reintegro nel posto di lavoro e al pagamento delle retribuzioni maturate. Le uniche eccezioni contemplate sono rappresentate dalla cessazione dell’attività aziendale, da una giusta causa, dalla scadenza naturale di un contratto a termine o dal superamento negativo del periodo di prova.
Per i contratti a tempo indeterminato, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è ammesso, ma deve essere fondato su esigenze comprovate legate alla produttività o all’organizzazione. Dal 2015, con l’introduzione del Jobs Act, la normativa ha subito modifiche che hanno indebolito le tutele per i lavoratori, ma quelle previste per maternità restano in vigore.
Secondo quanto riferito dalla Fiom-Cgil, la I-Tech Industries non ha mai evidenziato problemi economici, né ha comunicato in precedenza l’intenzione di procedere con esternalizzazioni. Anzi, fino a poche settimane prima, erano aperte posizioni simili a quella occupata dalla dipendente licenziata.
Il contesto si inserisce in un quadro più ampio di criticità per le lavoratrici madri in Italia. I dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro registrano oltre 500 violazioni accertate nel solo 2023 relative al mancato rispetto delle norme sulla maternità. Il numero effettivo potrebbe essere più elevato a causa di molte situazioni non denunciate o risolte in via extragiudiziale.
La discriminazione si manifesta in diverse forme: non solo con licenziamenti, ma anche tramite demansionamenti, trasferimenti punitivi o pressioni psicologiche finalizzate a spingere la lavoratrice alle dimissioni. Pratiche che costituiscono forme indirette di esclusione dal lavoro e che mostrano una persistente difficoltà nel conciliare carriera e maternità.
Oltre agli aspetti giuridici ed economici, episodi come quello accaduto a Granarolo dell’Emilia generano conseguenze sul piano personale e psicologico. L’interruzione di una gravidanza è un evento traumatico; vederlo seguito da un licenziamento moltiplica il disagio e accentua il senso di isolamento.
La vicenda è stata portata anche all’attenzione pubblica alla luce del prossimo referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno, che intende ripristinare l’obbligo di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, rivedendo le norme introdotte dal Jobs Act.
Secondo la Fiom, l’approvazione del quesito referendario consentirebbe una maggiore efficacia della tutela lavorativa, scoraggiando le aziende dall’utilizzare giustificazioni pretestuose per interrompere rapporti di lavoro, in particolare nei casi legati alla maternità.
Nel frattempo, la lavoratrice ha impugnato formalmente il secondo licenziamento con un atto stragiudiziale e sta preparando il deposito di un ricorso presso il Tribunale del Lavoro di Bologna. L’obiettivo è ottenere l’annullamento del provvedimento e la reintegrazione, ma anche stabilire un precedente utile per altri casi analoghi.
La battaglia legale che si profila non ha solo un valore individuale. Potrebbe infatti contribuire a rafforzare la consapevolezza su un tema che rimane attuale: la difficoltà per le donne di conciliare il progetto di maternità con la stabilità professionale, nonostante le garanzie offerte dall’ordinamento giuridico.
Il caso, emerso pochi giorni dopo la condanna inflitta alla multinazionale Dana per un licenziamento avvenuto in circostanze simili, richiama l’attenzione sul legame tra condizioni di lavoro e diritti riproduttivi. La convergenza temporale tra i due episodi rilancia il dibattito sulla piena applicazione delle norme esistenti e sull’efficacia dei controlli.
Il sindacato ha ribadito che continuerà a seguire la vicenda, fornendo assistenza legale e supporto alla lavoratrice, ma anche monitorando eventuali sviluppi a livello aziendale e giudiziario. Il confronto con la dirigenza di I-Tech Industries resta aperto, ma al momento non sono previsti incontri ufficiali.
La vicenda potrebbe dunque trasformarsi in un banco di prova per il sistema di tutele in vigore e per la risposta istituzionale rispetto ai casi di discriminazione legati alla maternità, fenomeni che continuano a registrare un numero significativo di episodi, nonostante le leggi in materia.
(Demografica/Adnkronos)
