Rapporto Onu: carestia a Gaza provocata dall’uomo
L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi Unrwa ha chiesto a Israele di consentire immediatamente la distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, denunciando che i propri depositi in Egitto e in Giordania sono colmi di cibo, medicine e beni essenziali pronti a partire. L’appello giunge mentre un nuovo rapporto dell’Onu accusa lo Stato ebraico di aver provocato una carestia artificiale che mette in pericolo 500mila persone, tra cui 132mila bambini sotto i cinque anni.
Il documento diffuso dalle Nazioni Unite descrive la fame come un fenomeno “deliberatamente alimentato” da alcuni leader israeliani, definendo la pratica un “crimine di guerra”. Secondo gli analisti dell’organizzazione, la mancanza di accesso a cibo e medicinali non è frutto di circostanze naturali, bensì il risultato diretto delle restrizioni imposte da Tel Aviv all’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia.
Israele ha respinto con fermezza le accuse. Le autorità governative sostengono che i dati alla base del rapporto provengano da fonti legate ad Hamas e quindi ritenuti inattendibili. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito le conclusioni “una menzogna evidente” e ha ribadito che, a suo avviso, la responsabilità della crisi alimentare sarebbe da attribuire esclusivamente al movimento islamista che controlla l’enclave palestinese.
Sul fronte internazionale, intanto, crescono le pressioni per un’inversione di rotta. L’Unrwa ha ribadito su X (ex Twitter) che è ancora possibile fermare la catastrofe, ma solo attraverso un massiccio incremento delle forniture. “I nostri magazzini sono in grado di riempire oltre 6.000 camion”, ha affermato l’agenzia, sollecitando Israele ad aprire i valichi e consentire l’ingresso dei convogli.
Medici stranieri bloccati
Parallelamente, lo Stato ebraico ha impedito a due dottoresse straniere di fare ritorno a Gaza per svolgere attività di volontariato sanitario. Si tratta dell’americana Mimi Syed e della francese Catherine Le Scolin-Quere, entrambe impegnate negli ospedali locali. Secondo il quotidiano Haaretz, il rientro sarebbe stato vietato su indicazione dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano.
Le autorità militari avrebbero comunicato il divieto solo all’ultimo momento, citando motivi di sicurezza. La stessa Syed ha dichiarato che la decisione potrebbe essere collegata ad alcune sue interviste rilasciate a media israeliani e internazionali, nelle quali aveva criticato le operazioni dell’Idf nella Striscia.
Vittime dei raid
Nel frattempo, i raid dell’esercito israeliano continuano a causare vittime. Fonti mediche citate da al-Jazeera parlano di almeno 34 palestinesi uccisi in poche ore, fra cui otto persone rimaste colpite mentre cercavano di raggiungere i punti di distribuzione degli aiuti. Tra le vittime figurano anche quattro bambini deceduti in un attacco aereo su Khan Yunis, nel sud della Striscia.
Un ulteriore bombardamento ha colpito un campo profughi a Maghazi, nel centro dell’enclave, provocando altri morti e numerosi feriti. Nella stessa giornata, 19 persone, per lo più sfollati che vivevano in tendopoli a Khan Yunis, hanno perso la vita in un attacco che ha distrutto le loro sistemazioni precarie.
Appello delle guide religiose
Alla crisi umanitaria si è aggiunto l’appello di circa 80 rabbini ortodossi che hanno firmato un documento contro la violenza dei coloni in Cisgiordania. Il testo è stato condiviso anche dal Consiglio delle Guide Religiose della Coreis, che ha sottolineato la necessità di un impegno comune delle diverse comunità di fede. “Non si può ignorare la sofferenza dei civili a Gaza – si legge nell’appello – e la risposta militare, pur considerata necessaria, non deve mai trasformarsi in punizione collettiva”.
Le guide religiose italiane hanno ricordato l’invito di Papa Leone XIV a una giornata di digiuno e preghiera per la pace, un’iniziativa a cui ha aderito anche la Conferenza Episcopale Italiana. Secondo Coreis, la responsabilità dei ministri di culto è anche quella di preservare la dignità di ogni vita umana, indipendentemente dalla sua appartenenza.
Contestazioni contro Ben-Gvir
Il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, è stato duramente contestato durante una visita a Kfar Mala, nel centro di Israele. Alcuni manifestanti lo hanno accusato di sabotare gli sforzi diplomatici per la liberazione degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. In strada sono risuonate grida come “criminale” e “terrorista”, mentre diversi cittadini gli hanno mostrato le foto dei rapiti chiedendo un impegno concreto per il loro ritorno.
Secondo i media locali, un uomo si sarebbe rivolto anche al figlio del ministro, soldato in servizio, mostrandogli le immagini degli ostaggi: “Se fossi tu al loro posto, tuo padre ti lascerebbe morire”.
Sondaggio in Israele
Un’indagine diffusa dal quotidiano Maariv evidenzia un crescente malcontento popolare verso il governo guidato da Netanyahu. Il 62% degli intervistati ritiene che l’esecutivo abbia perso la fiducia della maggioranza della popolazione, mentre solo il 27% è convinto che mantenga ancora un sostegno diffuso.
Il sondaggio, condotto su un campione di oltre 500 persone, mostra anche che il 46% degli israeliani auspica un accordo complessivo per porre fine al conflitto a Gaza. Il 26% vorrebbe che l’intesa fosse firmata immediatamente, mentre appena il 18% si dichiara contrario a qualsiasi negoziato con Hamas.
Sradicamenti in Cisgiordania
Sul terreno, l’esercito israeliano ha avviato un’operazione di sradicamento di alberi nel villaggio palestinese di al-Mughayyir, in Cisgiordania. L’iniziativa, giunta al secondo giorno consecutivo, è stata motivata come parte delle ricerche di un aggressore che aveva colpito un colono israeliano vicino all’insediamento illegale di Adei Ad.
Secondo Haaretz, l’Idf avrebbe già distrutto oltre 3.000 ulivi, sottolineando che l’operazione è intesa come deterrente contro futuri attacchi. Il capo del Comando Centrale, Avi Bluth, ha avvertito che i villaggi palestinesi che compiono azioni violente dovranno “pagare un prezzo elevato”.
Colloqui Iran-Aiea
A Vienna, nel frattempo, si è svolto un nuovo round di colloqui tra l’Iran e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea). L’incontro ha visto la partecipazione di una delegazione iraniana e del vicecapo dell’agenzia, Massimo Aparo. L’ambasciatore iraniano presso l’Aiea, Reza Najafi, ha parlato di “progressi concreti” e ha confermato l’intenzione di proseguire i negoziati per ristabilire una cooperazione stabile.
Il primo round di discussioni si era svolto a Teheran l’11 agosto, subito dopo la guerra di giugno tra Iran e Israele, che aveva visto anche il coinvolgimento militare degli Stati Uniti contro i siti nucleari iraniani.
Occupazione di Gaza City
Israele ha confermato l’avvio della prima fase dell’operazione di occupazione di Gaza City, con le truppe dell’Idf che dichiarano di controllarne già le zone periferiche. La portavoce militare Effie Defrin ha affermato che l’operazione, voluta da Netanyahu, proseguirà con l’obiettivo di smantellare definitivamente le infrastrutture di Hamas.
L’occupazione segna un passaggio cruciale nel conflitto, in un contesto in cui le vittime civili continuano a crescere e la crisi umanitaria si aggrava di giorno in giorno.
