Tregua in corso: disarmo Hamas e rientro degli ostaggi tutti
Benjamin Netanyahu, intervenendo alla Knesset, ha dichiarato che il conflitto “non è finito” e che i nemici di Israele “si stanno riarmando”. Il premier ha ribadito la linea del governo: Hamas sarà disarmato e la Striscia di Gaza smilitarizzata, attraverso un percorso che, nelle sue parole, potrà essere “più semplice o più difficile”, ma comunque inevitabile. Il messaggio, rivolto sia al fronte interno sia alla comunità internazionale, intende chiarire che l’attuale tregua è una fase di transizione e non un punto di arrivo.
Netanyahu ha inoltre affermato che Israele farà rispettare “con il pugno di ferro” gli accordi di cessate il fuoco in vigore nella Striscia e lungo il confine con il Libano, citando gli sviluppi quotidiani in territorio libanese e i raid contro Hezbollah. L’approccio resta quello di una deterrenza attiva, con l’obiettivo di prevenire escalation e mantenere pressione sui gruppi armati operanti nelle aree di confine.
Tra le priorità indicate dal primo ministro, spicca il dossier degli ostaggi: Netanyahu ha assicurato l’impegno del governo per riportare a casa i quattro ostaggi deceduti rimasti a Gaza, un tema che continua a segnare il dibattito politico e la sensibilità pubblica israeliana. L’attenzione verso i familiari e la dimensione umanitaria della crisi restano centrali nel racconto ufficiale, accanto agli obiettivi militari e di sicurezza.
Sul piano diplomatico e strategico, il premier ha incontrato a Gerusalemme l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner. Al centro del colloquio, secondo quanto riferito dal suo ufficio, la necessità di rafforzare il cessate il fuoco e definire i contorni della “fase due” dell’accordo: disarmo di Hamas, smilitarizzazione di Gaza e garanzie che il gruppo non abbia ruolo nel futuro dell’enclave. È stata evocata anche la possibile istituzione di una forza internazionale di stabilizzazione, ipotesi che resta oggetto di confronto tra partner e alleati, con vari nodi operativi e politici ancora da sciogliere.
In parallelo, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha rilanciato il disegno di legge sulla pena di morte per i terroristi, presentato dal suo partito Otzma Yehudit. Ben Gvir ha sostenuto che la norma — che imporrebbe ai tribunali la pena capitale per omicidi motivati da nazionalismo contro cittadini israeliani — sarebbe approvata “rapidamente e senza compromessi”. Secondo il ministro, la misura fungerebbe da deterrente e smonterebbe il “rituale” dei rapimenti finalizzati a scambi di prigionieri. La proposta ha suscitato immediate reazioni, con appelli al sostegno da parte dei partiti della coalizione e critiche da esponenti arabi e dell’opposizione, accusati dallo stesso Ben Gvir di “difendere i terroristi”.
Sul terreno, la tregua ha prodotto nuovi sviluppi umanitari. Le autorità sanitarie di Gaza, controllate da Hamas, hanno annunciato la restituzione di altri 15 corpi di palestinesi, consegnati con la mediazione del Comitato internazionale della Croce Rossa. Il numero totale delle salme riconsegnate nell’ambito dell’intesa sale così a 315, legato al meccanismo che prevede la restituzione di 15 corpi per ogni ostaggio. Nelle stesse ore, Israele ha riportato il corpo del tenente Hadar Goldin, ucciso e rapito nel 2014, gesto che ha rievocato ferite mai rimarginate e ha riaperto un capitolo doloroso per molte famiglie. Secondo fonti israeliane, a Gaza restano i corpi di quattro ostaggi.
Il quadro che emerge è quello di una tregua fragile, sostenuta da negoziati e gesti simbolici, mentre le parti studiano il passo successivo. La “fase due” evocata da Netanyahu presuppone una nuova architettura di sicurezza nella Striscia, con il disarmo dei gruppi armati, il rafforzamento dei controlli e una possibile presenza internazionale. Le incognite sono molte: governance futura, garanzie di lungo periodo, protezione dei civili e ripristino di servizi essenziali. Il rischio di nuove tensioni rimane, specie lungo il confine nord con il Libano, dove la pressione militare e l’uso della forza continuano a scandire i giorni.
In Israele, l’agenda politica si intreccia con il lutto e l’attesa. Le famiglie degli ostaggi — vivi o deceduti — chiedono soluzioni e trasparenza. L’opinione pubblica, divisa tra sicurezza e diritti, guarda alla Knesset e al governo per una rotta chiara che includa responsabilità e visione. L’eventuale introduzione della pena di morte per terrorismo, se avanzasse, aprirebbe una pagina controversa sul piano giuridico e etico, con ripercussioni interne e internazionali.
Nell’insieme, le parole del premier consegnano una stagione di transizione: tregua vigilata, obiettivi militari dichiarati, diplomazia al lavoro e un terreno complesso da stabilizzare. Tra promesse di sicurezza e richieste di umanità, la crisi resta una ferita aperta che chiede tempo, scelte difficili e un equilibrio tra giustizia e prospettiva di pace.
(Red-Est/Adnkronos)
