Irpef, la metà degli italiani non paga: pesa il ceto medio

Il 76% dell’Irpef pagato da un quarto dei contribuenti

Roma, 30 settembre 2025 – In Italia quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di Irpef. È questo il dato che più colpisce e preoccupa tra quelli emersi dalla dodicesima edizione dell’Osservatorio sulle entrate fiscali, curato dal Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, presentato oggi alla Camera dei Deputati insieme alla CIDA, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità.

Una fotografia, quella scattata dall’Osservatorio, che smentisce la narrazione di un Paese schiacciato in maniera uniforme dal peso fiscale. Piuttosto, si delinea un’Italia in cui pochi contribuenti sopportano quasi tutto il carico, mentre una porzione rilevante della popolazione rimane ai margini della contribuzione diretta, pur beneficiando dei servizi pubblici finanziati dalle imposte.

“Si dice spesso che l’Italia sia un Paese oppresso dalle tasse. Ma è davvero così? I numeri dicono di no. Il problema non è che tutti paghino troppo, ma che pochi paghino per tutti”, ha dichiarato Stefano Cuzzilla, presidente di CIDA, durante il convegno “Il difficile finanziamento del welfare italiano”. “Quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di Irpef – ha proseguito – e poco più di un quarto dei contribuenti si fa carico da solo di quasi l’80% dell’imposta. È come in una squadra: se solo tre giocatori corrono e gli altri otto guardano, non si vince. Questo squilibrio logora il ceto medio, scoraggia i giovani e mette a rischio il futuro del Paese”.

Il rapporto tra dichiarazioni e versamenti è uno dei punti chiave: su 58.997.201 residenti, nel 2024 sono stati 42.570.078 i cittadini che hanno presentato una dichiarazione dei redditi. Tuttavia, coloro che hanno effettivamente versato almeno un euro di Irpef sono stati 33.540.428, ovvero poco più della metà degli italiani. In pratica, ogni contribuente “sostiene” fiscalmente 1,386 abitanti. A rendere ancora più evidenti le diseguaglianze nella distribuzione del carico fiscale, è il dato secondo cui l’11% dei contribuenti (11,6 milioni di persone) sostiene il 76,87% dell’Irpef totale, mentre il restante 23,13% è suddiviso tra gli altri 31 milioni. Dati che, messi a confronto con le narrazioni sull’oppressione fiscale, restituiscono una realtà profondamente diversa.

“I redditi prodotti nel 2023 e dichiarati nel 2024 ai fini Irpef – ha spiegato Alberto Brambilla, presidente del Centro studi – ammontano a 1.028 miliardi di euro, con un gettito Irpef di 207,15 miliardi, di cui l’89,9% (pari a 185,58 miliardi) di Irpef ordinaria”. Un gettito in crescita del 9,43% rispetto all’anno precedente, accompagnato da un aumento sia dei dichiaranti sia dei contribuenti effettivi.

Crescono in particolare i redditi tra i 20 e i 29 mila euro e quelli sopra i 29 mila euro, mentre calano i redditi sotto i 20 mila euro, passati da 22,356 a 21,241 milioni. Una dinamica che, però, non modifica in maniera sostanziale la concentrazione del carico fiscale, che resta schiacciato sulla classe media, soprattutto in virtù di bonus, detrazioni e misure compensative che annullano spesso l’imposizione per le fasce più basse.

“Malgrado l’aumento del Pil e dell’occupazione – ha continuato Brambilla – il 43,15% degli italiani non ha un reddito proprio, e vive a carico di qualcun altro. Sono invece oltre 1,18 milioni le persone che hanno dichiarato un reddito nullo o negativo, in crescita di oltre 170 mila unità rispetto all’anno precedente: questi soggetti non versano né tasse né contributi”.

Il quadro emerso invita la politica a riflettere sulla sostenibilità del welfare italiano: se da un lato è positivo che fasce fragili della popolazione siano protette da un’imposizione gravosa, dall’altro la forte concentrazione fiscale su pochi soggetti attivi rischia di alimentare sfiducia, disincentivare l’iniziativa e affaticare le politiche redistributive.

“Alla vigilia della legge di bilancio – ha concluso Cuzzilla – servono scelte coraggiose, che affrontino il nodo dell’evasione e restituiscano centralità al lavoro, alla produttività e al merito. Senza una base fiscale più ampia e giusta, il sistema non può reggere”.

La mancanza di un riequilibrio reale tra contribuenti e beneficiari rischia infatti di compromettere non solo l’efficacia del welfare, ma anche il senso stesso di giustizia sociale. “Chi paga le tasse deve percepire un ritorno concreto in servizi, opportunità e diritti – ha sottolineato ancora Cuzzilla – altrimenti il sistema implode sotto il peso delle sue contraddizioni”. Una sfida che il Paese non può più permettersi di rimandare.

(Dks/Labitalia)

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