Ranucci dopo l’attentato: solidarietà, inchiesta e libertà da difendere

Solidarietà e allarme: la libertà di stampa sotto attacco

Dopo l’attentato avvenuto nei giorni scorsi a Campo Ascolano, Sigfrido Ranucci, volto di Report e simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano, ha voluto mettere l’accento non solo sulla gravità del gesto ma su una richiesta che si fa appello civile: «Evitiamo strumentalizzazioni politiche, non hanno senso. La storia d’Italia è già segnata dal sangue dei reporter: trent’anni di giornalisti uccisi, colpiti per il solo coraggio di raccontare terrorismo, criminalità, conflitti.» Parole che risuonano forti, nel giorno in cui solidarietà e richieste di verità attraversano il Paese.

Durante l’intervento ad “Agorà” su Rai3, Ranucci ha ribadito l’importanza della tutela della professione: «Bisogna liberarsi dalle ideologie quando accadono queste cose. È fondamentale non delegittimare chi è chiamato a informare, aiutare i giornalisti nel loro lavoro e fornire gli strumenti necessari, anche quelli legali.» La Rai, solida nel garantire protezione ai suoi inviati, è un punto di riferimento importante, ma il giornalista pensa soprattutto ai colleghi della stampa locale: «Spesso privi di equo compenso, molti sono oggetto di mobbing, intimidazioni, molestie fisiche. Secondo l’associazione Ossigeno, sono 516 i giornalisti minacciati in Italia, costretti a lavorare senza il sostegno di una grande azienda.»

Il clima di preoccupazione è palpabile tra le istituzioni. Il governo, per voce del ministro Ciriani, si è detto pronto a riferire urgentemente in Parlamento sull’attentato, con il ministro degli Interni Piantedosi atteso mercoledì 22 ottobre alla Camera e al Senato per fornire chiarimenti sulle indagini in corso. In queste ore, gli investigatori stanno esaminando le immagini di decine di telecamere, sia pubbliche che private, alla ricerca di elementi utili per scoprire chi ha posizionato e fatto esplodere l’ordigno rudimentale che ha distrutto l’auto del giornalista. Circolano le ipotesi di un uomo incappucciato visto da un passante, mentre si indagano anche spostamenti e movimenti notturni nella zona. Una Fiat 500 rubata a Ostia, ritrovata nei pressi dell’abitazione, potrebbe essere un elemento chiave nella ricostruzione.

Sul fronte tecnico, il RIS sta conducendo approfondite analisi sui frammenti e sui reperti dell’ordigno, un chilogrammo di esplosivo che ha segnato la notte di Campo Ascolano. L’inchiesta, seguita dal pm della Dda Carlo Villani, procede per danneggiamento e violazione della legge sulle armi, aggravati dal metodo mafioso con cui è stato compiuto il gesto. Un quadro che preoccupa non solo chi vive la professione giornalistica, ma anche le massime cariche dello Stato.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso da Bruxelles, davanti ai presidenti di Camera e Senato belgi, un pensiero netto: «Quanto accaduto è allarmante, non è la prima volta che colpiscono chi fa informazione. Il giornalismo e la libertà di stampa sono pilastri insostituibili della democrazia; servono reazioni forti e condivise, occorre tutelare chi racconta la verità, contro minacce e intimidazioni.» Un messaggio che attraversa i confini nazionali e riafferma il ruolo del giornalista nel garantire una società libera. Mattarella ha ringraziato per la vicinanza e la solidarietà, ricordando che il presidio giornalistico è essenziale ovunque la democrazia sia messa a rischio.

Sulla stessa linea si è espresso Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Forza Italia: «Abbiamo condannato l’attentato e chiediamo di capire la sua genesi. È importante prestare attenzione alle parole dello stesso Ranucci, il quale ha escluso una matrice politica. Gli investigatori devono garantire sicurezza al giornalista e fare piena luce su chi ha ordito una vicenda tanto grave e orrenda.»

Il caso scuote il mondo dell’informazione, costringendolo non solo a trasformare la paura in richiesta di sicurezza, ma a riflettere sulla funzione sociale del mestiere. Tra i timori delle minacce e la necessità di non arretrare davanti a intimidazioni fisiche o psicologiche, emerge una questione di equità: «La stampa locale è spesso lasciata sola, priva di risorse e tutele. Serve un sistema capace di assicurare agli operatori la possibilità, anche economica, di svolgere il proprio lavoro con tranquillità.» Il mobbing, le querele, le rivalse di imprenditori, criminali o politici che coincidono con gli editori sono piaghe ancora troppo diffuse.

Mentre il dibattito si infiamma, il Paese attende risposte chiare e azioni concrete. L’analisi delle telecamere, i rilievi sulle tracce trovate e le nuove testimonianze sono tasselli fondamentali per la giustizia, ma la vera sfida è più ampia, attraversa società e istituzioni: restituire ai giornalisti il diritto di raccontare senza paura, riaffermando il valore della loro presenza in ogni angolo della vita pubblica. La risonanza dell’attentato a Sigfrido Ranucci può essere, come ricordato dalle stesse istituzioni, l’occasione per un salto di qualità nella tutela dell’informazione e della libera espressione: temi che toccano tutti, indistintamente, e che meritano quella “forte reazione” invocata dal Capo dello Stato.

La storia d’Italia, segnala Ranucci, è costellata di dolore ma anche di orgoglio: «Abbiamo pagato un prezzo altissimo in vite per difendere il mestiere di informare.» È questa memoria, oggi più che mai, che deve guidare coesione e solidarietà. Perché in ogni attentato non c’è solo il rischio del singolo giornalista, ma la minaccia ai diritti di tutti. La risposta che il paese, il Parlamento e le istituzioni sono chiamate a dare deve essere all’altezza di una democrazia matura, fondata sulla libertà vera e sul coraggio di chi sceglie ogni giorno di raccontare.

(Sod/Adnkronos)

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