Vadym Vietrov, testimone al fronte, parla ad Adnkronos
In un’intervista all’Adnkronos,Vadym Vietrov che vive a Dnipro ha raccontato “La morte dei civili è sempre inaccettabile”.
Da tre anni è local producer di guerra, accompagna i giornalisti al fronte ucraino e ha rapporti costanti con i comandanti delle brigate. Ha raccontato il dolore che i soldati provano per la perdita di vite civili. Pochi giorni dopo il devastante bombardamento di Mosca a Kiev, che ha causato 23 vittime, tra cui quattro bambini, Vadym ha parlato con i comandanti delle brigate. “Me lo ripetono sempre,” racconta. “Quando muore un soldato, in un modo o nell’altro, lo accetti. La sua morte è un sacrificio che, seppur doloroso, fa parte della logica di una guerra. Ma quando muoiono dei civili, non puoi mai farlo.”
Le bombe hanno colpito Via Boryspilska e Via Kharkivska, due arterie residenziali dove la vita scorreva tranquilla. Anche Via Zhylyanska, un centro d’affari, non è stata risparmiata. Questo attacco ha rafforzato un’amara verità che Vadym percepisce ogni giorno: l’accettazione della morte in combattimento non si estende mai all’uccisione di innocenti. La sua tasca, da cui spunta un piccolo peluche bianco, un capricorno, è un simbolo potente di questa divisione. Appartiene a sua figlia, Vera, e lo porta con sé dall’inizio del conflitto. È un promemoria costante delle vite non in gioco, di chi attende a casa e di quella normalità che la guerra ha spazzato via.
Uno dei compiti di Vadym è raccontare le storie dei soldati, figure che spesso rimangono anonime nelle cronache di guerra. Il suo lavoro gli ha permesso di conoscere uomini come Giulio T, un comandante soprannominato “Cesare” per la sua leadership, che guida i piloti di droni. I due si sono incontrati a Pokrovs’k, una delle aree più calde tra Dnipro e Donetsk. Cesare ha confessato a Vadym la difficoltà di addestrare i soldati, spesso giovanissimi, con poche parole, senza fronzoli. “Noi sogniamo ogni giorno che la guerra finisca,” ha detto, “ci sentiamo responsabili per la loro vita. La loro morte ci addolora, vanno onorati, ma bisogna comprendere che sono soldati. Questo, però, non dovrebbe mai accadere tra i civili.”
L’unità di Cesare utilizza droni “Vampire”, temibili esacotteri che trasportano carichi di munizioni fino a 20 kg e colpiscono con precisione anche di notte grazie alle termocamere. I russi li hanno ribattezzati “Baba Yaga”, la strega, per la loro capacità di restare sospesi e colpire dal buio. Ma al di là di droni e soprannomi, c’è la profonda umanità dei singoli. Vadym ha trascorso del tempo con la 25esima brigata aviotrasportata, incontrando piloti e sergenti con storie uniche. C’è un giovane pilota che chiamano “Galileo” perché sa orientarsi nel buio più totale guardando solo il cielo. Un altro, un cantante lirico, ha il soprannome “Opera” e si è esibito in un’emozionante versione di ‘O Sole Mio’. E poi c’è “Lambada”, ironicamente soprannominato per una gamba più corta di cinque centimetri. Questi nomi, questi aneddoti, sono il tessuto connettivo che tiene uniti questi uomini, creando una fratellanza che va oltre la disciplina militare.
Vadym ha imparato bene l’italiano durante i suoi studi a Macerata. Questo gli permette di condividere con i giornalisti una prospettiva unica sulla vita al fronte. Racconta che non c’è tempo per avere paura perché il pericolo è spesso incomprensibile, distante e inaspettato. A Pokrovs’k, dove russi e ucraini si scambiavano colpi di mortaio e artiglieria, la percezione del rischio era distorta. “Eravamo nel bunker sotterraneo,” spiega, “ma non capisci davvero di rischiare la vita. Anche quando i soldati ti dicono di non stare vicino alle munizioni, che un attacco potrebbe farle saltare in aria. Qui si dice che ‘non bisogna mai lasciare le uova tutte insieme’, a testimonianza di questa consapevolezza.”
La vita dei soldati è scandita da piccole, essenziali necessità. Il cibo non arriva in abbondanza. La loro dieta si basa sul salo, carne di maiale ricca di proteine, una via di mezzo tra speck e lardo, che fornisce l’energia necessaria. A questo si aggiungono miele, carne in scatola e, immancabilmente, caffè solubile. Quando i blindati non possono raggiungere le postazioni, i viveri e le munizioni arrivano a bordo di droni terrestri, chiamati “scarafaggi”. Questi versatili robot, capaci di trasportare fino a cento chili, si muovono rasoterra dove i veicoli non possono arrivare, ma possono anche montare mitragliatrici, trasportare mine o essere usati come kamikaze.
Il lavoro di Vadym lo porta a incontrare non solo i soldati in combattimento, ma anche quelli feriti. Le scene che ha visto in un punto di stabilizzazione vicino a Sumy, nel nord-est dell’Ucraina, sono rimaste impresse nella sua memoria. Ha visto un soldato, ancora cosciente, trasportato nella tenda con una gamba persa. La sua mente non sembrava aver ancora elaborato la gravità della situazione. Mentre i medici tentavano di fermare l’emorragia, l’uomo continuava a ripetere che sarebbe tornato al fronte entro un paio d’ore, e chiedeva a un suo compagno di custodirgli il fucile. “Entro domani sarò di nuovo con voi,” ripeteva, un’affermazione che era allo stesso tempo straziante e un segno della forza interiore e della negazione che permette a questi uomini di sopravvivere.
L’età media dei soldati è bassissima, spesso sotto i trent’anni. Tra coloro che si occupano dei feriti c’è una giovane anestesista di 26 anni, di Dnipro, che ha raccontato a Vadym il suo sforzo quotidiano. “Ho approfondito i miei studi per diventare anestesista,” ha detto, “ora devo sforzarmi ogni giorno per metterli in pratica, davanti a tutto questo.” Accanto a lei, un sergente ha aggiunto, con la calma di chi ha accettato il proprio destino: “Fa parte della vita al fronte, lo accetti. Si combatte per la nostra libertà, e senza libertà si è già morti. Lo dobbiamo accettare.”
Le parole di Vadym Vietrov non sono solo la cronaca di una guerra, ma un affresco intimo e toccante dell’umanità che emerge nel mezzo del conflitto. Racconta storie di sacrifici inimmaginabili, di piccoli gesti di amicizia, e del legame profondo tra uomini e donne che combattono non solo per la loro terra, ma per la loro stessa esistenza.
(Gia/Adnkronos)
