Smantellato traffico di droga gestito da cosche unite
All’alba di oggi, in 15 province italiane, è scattata un’operazione antimafia coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. I Carabinieri del Comando Provinciale reggino, con il supporto di unità specializzate e della cooperazione internazionale ICAN dell’Interpol, hanno eseguito 97 misure cautelari. I provvedimenti sono stati disposti dal GIP di Reggio Calabria su richiesta della Procura Antimafia, guidata dal procuratore Giuseppe Lombardo.
L’operazione, denominata “Millennium”, rappresenta il culmine di un’attività investigativa iniziata nel 2018, e ha coinvolto oltre 200 indagati. Sono state emesse tre ordinanze distinte di custodia cautelare: 81 destinatari sono stati condotti in carcere, mentre 16 sono finiti agli arresti domiciliari. Disposto anche il sequestro preventivo di due aziende operanti nei settori della ristorazione e dell’edilizia, considerate funzionali agli interessi delle cosche.
Le indagini, condotte dai Nuclei Investigativi dei Carabinieri di Reggio Calabria e Locri e dalla Sezione Operativa della Compagnia di Locri, hanno ricostruito un assetto organizzativo che conferma l’unitarietà della ’ndrangheta. L’operazione coinvolge le principali consorterie attive nei tre mandamenti della provincia reggina – centro, ionico e tirrenico – e ne aggiorna i vertici.
Gli inquirenti hanno confermato l’esistenza della cosiddetta “provincia”, organismo collegiale sovraordinato che coordina i “locali” della ’ndrangheta non solo sul territorio reggino, ma anche a livello nazionale e internazionale. Tale struttura interviene nella formazione di nuove articolazioni dell’organizzazione, assegna ruoli e cariche, dirime conflitti interni e garantisce il rispetto delle regole associative.
Le cosche coinvolte operavano non solo in Calabria, ma anche in Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia-Romagna, Veneto, Sardegna e Sicilia. Sono stati accertati collegamenti e la piena operatività dei “locali” di Sinopoli, Platì, Locri, Melicucco e Natile di Careri, oltre a quelli di Volpiano in provincia di Torino e Buccinasco in provincia di Milano.
Un elemento centrale emerso dall’inchiesta riguarda la gestione del traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Le cosche calabresi avevano strutturato un’unità operativa sovraordinata ai singoli gruppi territoriali, con l’obiettivo di gestire in forma associata e stabile l’importazione, il trasporto e la distribuzione della cocaina. Il narcotraffico rappresentava per l’organizzazione un ramo d’azienda vero e proprio, con canali attivi in Colombia, Brasile e Panama. La droga veniva nascosta in container imbarcati su navi commerciali, poi sbarcata nel porto di Gioia Tauro, grazie alla complicità di operatori portuali, e infine distribuita in Italia attraverso una fitta rete logistica gestita dalle cosche.
In passato, l’attività investigativa aveva già portato al sequestro di ingenti quantitativi di droga riconducibili alle stesse articolazioni criminali ora colpite dai provvedimenti.
L’operazione ha documentato anche le attività estorsive esercitate sul territorio. La cosca “Alvaro”, attiva nel “locale” di Sinopoli, imponeva il pagamento della cosiddetta “messa a posto” a imprese vincitrici di appalti pubblici e a commercianti intenzionati ad avviare attività nella zona. I proventi venivano utilizzati anche per sostenere le famiglie dei detenuti e le spese legali degli affiliati.
Analoga pressione estorsiva era esercitata dalla cosca “Barbaro Castani”, presente nei territori di Platì, Ardore e nelle aree limitrofe, nonché nei “locali” di Volpiano e Buccinasco. Gli imprenditori erano costretti a versare il 3% del valore degli appalti ottenuti. I capi della cosca, secondo quanto accertato dagli investigatori, garantivano l’osservanza dei “patti” sanciti durante riunioni riservate e rappresentavano figure di rilievo sia nella gerarchia interna che nei rapporti tra diversi “locali”.
Le cosche mostravano inoltre una capacità di penetrazione nelle amministrazioni pubbliche, attraverso la collaborazione di imprenditori collusi. Ottenere informazioni sulle gare d’appalto, sulle ditte aggiudicatarie o sullo stato dei pagamenti consentiva loro di influenzare o infiltrare direttamente le attività economiche locali. In particolare, sono emerse irregolarità nella fornitura di mascherine e guanti destinati all’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria.
Un altro filone investigativo ha portato all’individuazione di un’associazione a delinquere finalizzata al condizionamento del voto in favore di una candidata alle elezioni regionali in Calabria, poi risultata non eletta. Il sodalizio, secondo quanto ricostruito, era promosso da uno degli arrestati e aveva l’obiettivo di favorire la ’ndrangheta attraverso un’attività sistematica di procacciamento illecito di voti.
L’indagine ha inoltre fatto luce su numerosi episodi specifici. Tra questi, un sequestro di persona organizzato da esponenti del “locale” di Platì, nei confronti di un uomo appartenente alla cosca “Alvaro”, a causa di un debito di 45.000 euro legato a una partita di cocaina. La vittima fu liberata solo dopo il pagamento di una prima somma.
È stato inoltre ricostruito un episodio estorsivo in cui uno degli arrestati cercava di recuperare 125.000 euro consegnati a un altro indagato anni prima. L’importo era stato affidato con l’intento di corrompere un magistrato della Corte di Cassazione per influenzare un processo a carico del fratello dell’estorsore, coinvolto nell’operazione “Il Crimine”. L’intervento non ebbe esito, e l’uomo fu condannato a otto anni di reclusione.
Le attività investigative hanno infine offerto nuovi spunti anche su vicende del passato. È stato delineato il ruolo di uno degli indagati nel sequestro di persona di Mariangela Passiatore, avvenuto a Brancaleone il 27 agosto 1977. Secondo le ricostruzioni, la donna fu uccisa poche ore dopo il rapimento e i suoi resti non sono mai stati rinvenuti.
L’inchiesta Millennium, dunque, ha colpito al cuore una struttura mafiosa ramificata e unitaria, in grado di gestire affari illeciti su scala internazionale, esercitare il controllo sul territorio attraverso violenza e intimidazione, condizionare la vita economica locale e cercare di influenzare anche le dinamiche elettorali.
Le operazioni odierne, eseguite in maniera congiunta in numerose province italiane, segnano una nuova fase nell’azione repressiva dello Stato contro la criminalità organizzata calabrese. Resta fermo che il procedimento penale è tuttora nella fase delle indagini preliminari e che ogni accusa sarà oggetto di verifica nelle successive fasi processuali.
