Oms denuncia “Fame di massa causata dall’uomo”
I negoziati per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, attualmente in corso a Doha con la mediazione del Qatar e dell’Egitto, hanno subito un brusco rallentamento. Mercoledì 24 luglio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha richiamato in patria la delegazione negoziale per consultazioni, dopo la risposta ufficiale di Hamas. Una mossa interpretata da molti osservatori come un segnale di stallo nei colloqui, anche se da fonti vicine al governo israeliano arriva una lettura più ottimistica: “Non c’è stato alcun fallimento. Si tratta di una pausa per valutare decisioni cruciali”, riferisce l’emittente pubblica israeliana Kan. La risposta di Hamas, trasmessa ai mediatori nella notte tra martedì e mercoledì, ha alzato il livello delle richieste rispetto alla proposta originaria. Secondo quanto riferisce il giornalista israeliano Barak Ravid, Hamas avrebbe chiesto il rilascio di 200 prigionieri palestinesi condannati all’ergastolo per l’uccisione di cittadini israeliani, e di altri 2.000 detenuti dopo il 7 ottobre, in cambio della liberazione di 10 ostaggi israeliani ancora in vita. Una richiesta che fonti di governo israeliane hanno definito “inaccettabile”, ma che viene comunque considerata come una posizione iniziale su cui trattare. La proposta originaria, accettata da Israele, prevedeva il rilascio di 125 detenuti all’ergastolo e 1.200 arrestati dopo l’attacco del 7 ottobre. Le trattative ruotano anche attorno ad altre condizioni avanzate da Hamas, tra cui il ritiro totale delle truppe israeliane da Gaza, il pieno accesso agli aiuti umanitari sotto controllo delle Nazioni Unite, e garanzie scritte per una fine definitiva della guerra, dopo i 60 giorni di tregua previsti.
Mentre i negoziati si complicano, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza diventa ogni giorno più drammatica. Secondo quanto riferito dal ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, nelle ultime 24 ore due persone sono morte di fame o malnutrizione. Il bilancio complessivo delle vittime legate alla mancanza di cibo sale così a 113 dall’inizio del conflitto. La denuncia più dura arriva dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato che a Gaza è in corso una “fame di massa causata dall’uomo”. Le consegne di cibo e beni essenziali, ha spiegato, “sono ben al di sotto del necessario per garantire la sopravvivenza della popolazione”.
In questo scenario, oltre 100 organizzazioni umanitarie hanno lanciato un appello urgente alla comunità internazionale. Denunciano “una carestia di massa” e accusano Israele di affamare deliberatamente la popolazione civile. “Gli operatori umanitari sono ormai costretti a mettersi in fila con i residenti per cercare cibo, rischiando la vita pur di nutrire le proprie famiglie”, si legge nel comunicato. Chiedono che venga subito permesso l’ingresso degli aiuti delle Nazioni Unite: tonnellate di viveri, acqua e medicinali che restano bloccati ai confini a causa di “restrizioni, rinvii e frammentazione imposti da Israele”.
Ad alimentare le tensioni, le parole del ministro israeliano per il Patrimonio, l’ultranazionalista Amihai Eliyahu, che ha dichiarato pubblicamente: “Tutta Gaza sarà ebraica. Il governo sta spingendo affinché Gaza venga cancellata. Grazie a Dio, stiamo estirpando questo male”. Il riferimento del ministro alla “popolazione istruita sul Mein Kampf” ha sollevato forti critiche sia in Israele che all’estero. Parole che rischiano di danneggiare ulteriormente il clima già teso attorno ai negoziati.
Le parti sembrano ancora molto distanti su tutti i fronti. Israele, pur riconoscendo alcuni segnali di apertura da parte di Hamas, considera molte richieste eccessive o irrealistiche. Hamas, dal canto suo, spinge per ottenere garanzie concrete sulla fine delle ostilità e sul ritorno di un controllo umanitario neutrale nella Striscia.
Intanto, sul terreno, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto: senza cibo, senza medicine e senza certezze sul futuro. La speranza di una tregua resta appesa a un filo sottile, tra diplomazia fragile e una catastrofe umanitaria sempre più evidente.
