Gaza, massacro dei giornalisti: uccisi oltre 170

Il Premio Terzani onora i cronisti palestinesi caduti

Il conflitto tra Israele e Hamas, iniziato il 7 ottobre 2023, ha trasformato la Striscia di Gaza in uno dei luoghi più letali per i giornalisti nella storia recente. A oggi, secondo il Committee to Protect Journalists, sono almeno 175 gli operatori dei media uccisi. Di questi, 167 sono palestinesi, 2 israeliani e 6 libanesi. Ma altre stime, come quella dell’International Federation of Journalists, indicano un numero ancora più alto: oltre 230. In gran parte si tratta di cronisti locali, reporter freelance, cameraman e tecnici dell’informazione.

Nessun altro conflitto del XXI secolo ha registrato un numero così alto di morti tra chi si occupa di informazione. La maggior parte delle vittime è deceduta sotto i bombardamenti israeliani, mentre cercava di raccontare gli sviluppi della guerra da città e campi profughi martoriati dagli attacchi. Altri sono rimasti uccisi in circostanze non del tutto chiarite, spesso mentre si trovavano in zone lontane dai fronti armati.

Il caso più recente è quello del cronista Ahmed Mansour, morto il 7 aprile 2025 durante un bombardamento notturno che ha colpito una tenda usata come postazione di lavoro vicino all’ospedale Nasser di Khan Younis. Un video amatoriale lo mostra avvolto dalle fiamme subito dopo l’esplosione, mentre cerca di spegnerle con le mani. È deceduto poco dopo. In quello stesso attacco, le autorità israeliane hanno affermato di aver mirato a Hassan Eslaiah, un fotoreporter freelance sospettato di complicità negli attentati del 7 ottobre. Tuttavia, nessuna prova concreta è stata diffusa pubblicamente.

L’esercito israeliano ha giustificato numerosi attacchi contro i giornalisti affermando che alcune delle vittime sarebbero state affiliate a Hamas o ad altri gruppi armati. Tuttavia, in molti casi, mancano conferme indipendenti. Le organizzazioni per la libertà di stampa, come Reporters Without Borders e il Committee to Protect Journalists, hanno denunciato ripetutamente la mancanza di trasparenza e l’alto rischio per chi cerca di documentare quanto avviene a Gaza.

Il clima per la libertà di stampa è divenuto sempre più ostile. Nessun giornalista internazionale ha potuto entrare nella Striscia di Gaza fin dall’inizio delle ostilità. Le uniche informazioni indipendenti provengono da cronisti palestinesi già presenti sul territorio. Il lavoro è reso ancora più difficile dalla distruzione sistematica delle infrastrutture civili, dalla scarsità di connessioni internet, dalla carenza di elettricità e dalla pressione psicologica causata dalle continue evacuazioni.

Il fotoreporter Motaz Azaiza, divenuto noto per i suoi reportage via social, ha lasciato la Striscia nel gennaio 2024, dopo aver documentato per oltre tre mesi le conseguenze dei raid israeliani. Prima di partire, aveva scritto: “Non ce la faccio più. Ho seppellito troppi colleghi”.

Molti giornalisti hanno perso intere famiglie, le redazioni in cui lavoravano sono state distrutte. Alcuni, come Hassan Rabeeh e Salma El Sheikh, sono rimasti uccisi mentre aiutavano i soccorritori a estrarre corpi dalle macerie. Altri, come Nasser Abu Bakr, hanno denunciato minacce da parte sia delle forze israeliane che delle autorità palestinesi.

Secondo un rapporto del Watson Institute for International and Public Affairs, pubblicato nel marzo 2025, il conflitto ha già avuto un impatto devastante sulla libertà d’informazione in tutta la regione. Il documento descrive una “zona d’ombra” mediatica, dove la narrazione viene gestita in modo unilaterale e i crimini di guerra non possono essere documentati in tempo reale.

A Tel Aviv e in altre città israeliane, i media internazionali possono intervistare liberamente le famiglie delle vittime e documentare le manifestazioni. A Gaza, al contrario, ogni voce che esce è filtrata dalla resistenza dei cronisti locali, spesso senza protezioni, né giubbotti antiproiettile. Eppure continuano a operare, armati solo delle loro videocamere e dei telefoni cellulari.

Uno degli episodi più gravi si è verificato il 24 marzo 2025: il giornalista Hossam Shabat, 21 anni, di Al Jazeera Mubasher, è stato colpito da un drone mentre si trovava a bordo di un’auto nel nord della Striscia. Poche ore prima della sua morte aveva pubblicato un post per commemorare un collega ucciso il giorno prima. Anche in questo caso, Israele ha dichiarato che il giovane sarebbe stato un membro attivo di Hamas, ma nessuna prova è stata fornita alla stampa.

Altro attacco controverso è quello del 15 marzo 2025, quando un missile ha colpito un furgone con la scritta “Press” davanti all’ospedale Al-Awda, nel campo profughi di Nuseirat. A bordo si trovavano cinque giornalisti palestinesi: Faisal Abu Al-Qumsan, Ayman Al-Jadi, Ibrahim Al-Sheikh Khalil, Fadi Hassouna e Mohammed Al-Ladàa. Tutti sono morti sul colpo. L’esercito israeliano ha sostenuto che il veicolo fosse usato da militanti della Jihad Islamica, ma testimoni oculari e ONG internazionali hanno smentito l’accusa.

La gravità della situazione ha spinto il Premio letterario internazionale Tiziano Terzani, giunto alla XXI edizione, a dedicare quest’anno il riconoscimento “alla memoria dei giornalisti palestinesi caduti a Gaza”. Un gesto simbolico, ma forte, per ricordare l’importanza di un’informazione libera anche nei contesti più difficili.

Nel frattempo, le classifiche sulla libertà di stampa confermano il deterioramento della situazione. Secondo l’ultimo rapporto di Reporters sans Frontières, pubblicato nel maggio 2024, Israele è sceso al 101° posto su scala mondiale, rispetto al 97° dell’anno precedente. Le ragioni del calo includono le restrizioni imposte alla copertura del conflitto, la censura militare preventiva e l’impossibilità per i media indipendenti di accedere alla zona di guerra.

La Palestina si colloca ancora più in basso, al 157° posto, penalizzata da intimidazioni, arresti arbitrari e limitazioni imposte sia dalle autorità israeliane che da quelle palestinesi. In Cisgiordania, ad esempio, numerosi giornalisti sono stati fermati dalle forze israeliane durante le manifestazioni, mentre a Gaza i media sono sottoposti a un controllo continuo da parte del movimento Hamas.

Le conseguenze di questo vuoto informativo sono drammatiche. La mancanza di immagini indipendenti e di testimonianze dirette impedisce alla comunità internazionale di valutare con precisione la portata dei danni e delle vittime. Secondo stime recenti pubblicate su The Lancet, i morti civili potrebbero essere oltre 50.000, ma senza un monitoraggio indipendente i dati restano incerti.

Oltre ai reporter, anche familiari e tecnici dell’informazione sono stati colpiti. Il cameraman Mahmoud Maher, morto a Rafah insieme alla moglie e ai tre figli, lavorava per una piccola emittente locale. Il suo nome è stato inserito in una lunga lista stilata da Arab Reporters for Investigative Journalism, che documenta i decessi tra gli operatori dei media a partire dal primo giorno della guerra.

Nelle parole del giornalista Yousef Abu Watfa, sopravvissuto a due attacchi aerei: “Raccontare la guerra qui è come cercare di fotografare un uragano da dentro. Ma se noi non lo facciamo, nessuno saprà cosa succede”.

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