Domizio Torrigiani, il massone che sfidò il fascismo

Un uomo che scelse il carcere per restare fedele alla sua gente

ROMA – Figura centrale del libro Massoneria e Fascismo di Fulvio Conti (Carocci editore), Domizio Torrigiani emerge come uno dei simboli della resistenza morale contro la dittatura mussoliniana. Storico e coerente gran maestro del Grande Oriente d’Italia, carica che ricoprì ininterrottamente dal 1919 al 1932, Torrigiani fu un uomo che preferì il carcere all’esilio, la lealtà al compromesso.

Lo storico Mimmo Franzinelli, nella sua recensione al volume, lo descrive come una “figura a suo modo generosa e ingenua”. Ma questa definizione appare riduttiva e persino ingiusta. Torrigiani, infatti, rientrò volontariamente in Italia nell’aprile del 1927 dalla Francia, dove si trovava dopo essere stato accusato – e poi scagionato – di complicità nell’attentato Zaniboni del 1925 contro Mussolini. Era consapevole che il ritorno lo avrebbe condotto dritto tra le braccia della repressione fascista. E così fu.

Arrestato immediatamente al suo rientro, fu rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli e poi condannato al confino. Prima a Lipari, poi a Ponza. Nonostante le condizioni durissime di sorveglianza e isolamento, Torrigiani non smise mai di credere nei principi che avevano guidato la sua vita. Su quell’isola riuscì persino a fondare una loggia massonica, chiamata “Carlo Pisacane”, un segno potente di resistenza simbolica e spirituale. Col tempo, le sue condizioni di salute peggiorarono a causa di una grave malattia agli occhi. Chiese e ottenne di essere trasferito a Montefiascone per ricevere cure, ma anche lì la sorveglianza rimase opprimente. Logorato nel corpo, ma non nello spirito, morì a San Baronto nel 1932, a soli 52 anni.

Domizio Torrigiani non fu un ingenuo. Fu un uomo coraggioso, che pagò con la prigione e con la vita la sua scelta di non abbandonare i fratelli massoni né cedere alla tentazione dell’esilio. La sua fu una resistenza silenziosa, ma profonda, animata da un senso di dignità e fedeltà che ancora oggi merita rispetto e memoria.

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