Kiev resiste, Mosca insiste: tra diplomazia e guerra totale
La guerra in Ucraina conosce una nuova, cruda puntata mentre dagli Stati Uniti risuona forte il “no” di Donald Trump alla fornitura dei missili Tomahawk, lunga ambizione di Kiev per difesa e contrattacco. “No. In questo momento, no”, scandisce il presidente americano, lasciando intendere che la richiesta ucraina rimarrà sospesa, non solo ora ma per un futuro prossimo, in uno scenario dove i missili a lungo raggio rappresentano il possibile ago della bilancia nei rapporti di forza contro Mosca.
Kiev incassa il rifiuto e si prepara ad affrontare una fase critica nel conflitto, immersa in una battaglia chiave: la difesa di Pokrovsk, città strategica del Donetsk che rappresenta una vera porta d’accesso alla pianificazione delle manovre logistiche dell’esercito russo. Mosca vuole Pokrovsk, consapevole che il pieno controllo del nodo consentirebbe di consolidare la presa sull’Est del paese e aprire nuove possibilità offensive verso ovest. Gli sforzi ucraini si concentrano qui, in un vortice di fuoco, strategia, resistenza e sacrificio.
Trump, parlando ai giornalisti sul volo di ritorno dalla Florida a Washington, ricorda che la guerra si sta rivelando dura anche per Putin, che avrebbe perso “forse un milione” di soldati. L’ex presidente statunitense si tiene alla larga dal dibattito europeo sull’utilizzo degli asset russi congelati per sostenere Kiev: “Noi non c’entriamo”, afferma, lasciando trasparire una distanza diplomatica che non sembra risolversi a breve.
I rapporti con Vladimir Putin rappresentano una delle chiavi di lettura del conflitto attuale. Nella lunga intervista concessa a “60 Minutes”, Trump sottolinea come il suo mandato sia stato capace di prevenire otto conflitti. “La guerra Russia-Ucraina pensavo sarebbe stata la più facile, perché ho un ottimo rapporto con Putin. Era una guerra che non sarebbe mai accaduta se fossi stato presidente,” ribadisce, e ritorna a sottolineare il peso della leadership americana sull’andamento degli equilibri globali.
Le trame diplomatiche si mescolano alle cronache dal fronte. La lotta per Pokrovsk assume una centralità che va oltre la mera geografia: consolidare il controllo significa chiudere la partita logistica, conquistare una posizione dominante per gestire spostamenti e rifornimenti, gettare le basi per eventuali avanzate. Qui si decide una parte del destino dell’Ucraina.
Volodymyr Zelensky, nel suo consueto video serale, racconta i risultati nella distruzione di truppe russe sul settore di Pokrovsk, ringraziando e lodando la 79esima Brigata d’Assalto Aereo Separata e molte altre unità coinvolte. Il presidente ucraino mette in evidenza anche le azioni “a lungo raggio” contro obiettivi energetici in territorio russo, segnale di una guerra tecnologica che intreccia droni fatti in casa e nuovi missili nazionali.
La resistenza ucraina è fatta di determinazione, ingegno e capacità di rinnovarsi di fronte all’ostilità. Il ringraziamento speciale di Zelensky alle Forze di difesa, ai servizi di sicurezza e all’intelligence sottolinea la forza della rete, il valore delle collaborazioni che permettono di moltiplicare i risultati e infliggere perdite crescenti all’apparato militare russo.
Intanto, la partita sulla fornitura dei missili Tomahawk resta congelata, sospesa tra equilibri internazionali, rapporti personali e strategie globali. Mentre la guerra si fa sempre più aspra, il mosaico di diplomazia e potenza militare continua a svelarsi giorno dopo giorno davanti agli occhi del mondo, tra speranze di tregua e crudo realismo.
Quello che resta, nella narrazione più umanizzata e profonda, sono le storie di chi combatte, di chi attende, di chi non si arrende, animato dalla convinzione che resistere significa anche raccontare al mondo una verità ulteriore: la pace non nasce dai missili, ma dalla faticosa, incessante capacità di immaginare un futuro diverso anche sotto l’assedio.
(Gro/Adnkronos)
