A Copenaghen scontro politico su Gaza, Ucraina e sindacati italiani
Tra le discussioni sulla sicurezza europea e le tensioni internazionali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha intrecciato le questioni globali con la cronaca politica italiana. A Copenaghen, dove si sono svolti il vertice informale del Consiglio europeo e il summit della Comunità politica europea, la premier ha coniugato i dossier di difesa con una battuta che ha acceso il dibattito in patria: lo sciopero generale del 3 ottobre, proclamato dai sindacati in solidarietà con la popolazione di Gaza, sarebbe stato organizzato, a suo dire, per trasformare la protesta in un “weekend lungo”. Un’affermazione che ha immediatamente innescato reazioni dure dalle opposizioni e dalle stesse sigle sindacali, pronte a difendere il diritto allo sciopero come presidio della democrazia.
Il contesto delle dichiarazioni non è secondario. Le parole di Meloni sono arrivate dopo il blocco della Global Sumud Flotilla, l’iniziativa di attivisti filopalestinesi fermata in mare dalle forze israeliane. Il caso ha portato al centro del vertice europeo il tema dei conflitti in Medio Oriente, accanto al sostegno a Kiev e al rafforzamento della sicurezza collettiva. Proprio mentre in Italia le piazze si animavano con manifestazioni di protesta, la premier non ha risparmiato critiche a quella che ha definito una mobilitazione più utile a creare disagi interni che a incidere sulla situazione in Palestina.
Prima di ribadire il suo giudizio severo sull’operazione navale, Meloni ha ricordato che l’unità di crisi della Farnesina era in costante contatto con gli avvocati e le famiglie degli attivisti italiani presenti a bordo delle imbarcazioni fermate tra l’1 e il 2 ottobre. Ha garantito che il governo farà tutto il possibile per assicurare un rientro rapido e sicuro. Ma le rassicurazioni istituzionali non hanno smorzato il tono politico: secondo la presidente, il rischio è che gesti di questo tipo alimentino illusioni senza apportare benefici concreti al popolo palestinese, finendo invece per produrre conseguenze interne difficili da gestire.
Sul fronte sindacale, l’ironia di Meloni sullo sciopero caduto di venerdì è stata interpretata come un attacco diretto ai lavoratori. Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, ha reagito immediatamente: “Giù le mani dal diritto di sciopero”, ha dichiarato, invitando la premier a mostrare rispetto. Ancora più netto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha parlato di offesa alle persone che manifestano. Le tensioni hanno trovato eco anche in Parlamento, dove erano in votazione cinque mozioni sulla Palestina. Alla fine, a prevalere è stata quella della maggioranza, sostenuta anche da Azione, mentre le altre forze di opposizione hanno scelto di astenersi.
Nonostante il clamore, a Copenaghen i capi di Stato e di governo si sono concentrati soprattutto sul tema della difesa europea. Sul tavolo è comparsa l’ipotesi di un “muro anti-droni”, concepito come scudo contro le incursioni aeree russe. Un progetto che suscita dubbi, a partire dalla premier italiana, che ha richiamato l’attenzione anche sul fianco sud del continente, e non solo sulla frontiera orientale. Con lei ha condiviso perplessità anche il presidente francese Emmanuel Macron, che ha sottolineato l’impossibilità tecnica di realizzare un sistema perfetto lungo oltre 3mila chilometri di confini. Più che un muro di droni, ha osservato, serve un approccio integrato in grado di combinare deterrenza militare e cooperazione politica.
Il dibattito si è poi spostato sull’utilizzo degli asset russi congelati. La proposta di destinarli al sostegno dell’Ucraina divide l’Unione. Macron ha parlato di rischi legali e violazioni del diritto internazionale, mentre il premier ungherese Viktor Orban ha usato toni ancora più tranchant: “Non siamo ladri, non tocchiamo soldi altrui”. Di opinione opposta il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha rivendicato l’ampia convergenza europea nel sostenere Kiev e ha ammonito Mosca a non sottovalutare la determinazione dell’Unione. Una decisione definitiva potrebbe arrivare al prossimo Consiglio europeo di fine ottobre.
Meloni, in un bilaterale con Merz, ha affrontato non solo Ucraina e Medio Oriente, ma anche questioni industriali come l’automotive. Poco prima di lasciare i lavori per rientrare a Roma e presiedere il Consiglio dei ministri, ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a cui ha ribadito l’impegno italiano per il sostegno militare ed economico. Il vertice si è chiuso con un simbolo dal forte valore evocativo: un girasole di Lego consegnato a ciascun leader, richiamo alla resistenza ucraina e alla necessità di coesione europea.
Il doppio registro tra politica interna e scena internazionale ha reso evidente come la premier si muova costantemente su un equilibrio fragile: da un lato la necessità di mostrare fermezza in Europa, dall’altro la pressione crescente delle opposizioni e dei sindacati in Italia. La vicenda dello sciopero generale del 3 ottobre, trasformata in polemica sul “weekend lungo”, si intreccia così con le difficili trattative diplomatiche sul futuro della sicurezza continentale e sul sostegno ai popoli colpiti dai conflitti.
