Opposizioni divise, astensione al 42,63%, vince il PSUV
Il 25 maggio si è svolta in Venezuela la trentaduesima tornata elettorale dall’avvento del chavismo, segnando una nuova affermazione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e dei suoi alleati. Le elezioni hanno riguardato la nomina di 24 governatori, 260 deputati regionali e 285 deputati nazionali, coinvolgendo oltre 6.000 candidati e 54 forze politiche, di cui 36 a livello nazionale.
Il Gran Polo Patriottico (GPP), coalizione a guida PSUV, ha ottenuto la vittoria in 23 Stati su 24, confermando un controllo quasi totale del territorio. Il solo Stato conquistato dalle opposizioni è stato Cojedes, dove il presidente Nicolás Maduro ha riconosciuto il risultato e offerto collaborazione al nuovo governatore. In altre regioni precedentemente guidate da opposizioni, come Barinas, Nueva Esparta e Zulia, il GPP ha riconquistato la maggioranza.
Il blocco chavista ha ottenuto oltre 5 milioni di voti, incrementando di circa 1,3 milioni rispetto alle elezioni regionali del 2021. Le donne hanno avuto un ruolo centrale, sia come elettrici sia come elette, con 5 governatrici su 23. Rilevante anche l’organizzazione delle forze di sinistra, nonostante le diverse correnti ideologiche al loro interno.
Diversamente, le opposizioni si sono presentate divise. Da un lato, la coalizione Alianza Democrática, dall’altro la rete Red Decide guidata da Henrique Capriles, espulso dal partito Primero Justicia per aver scelto di partecipare alle elezioni. A complicare ulteriormente il quadro, la presenza di numerose candidature indipendenti ha frammentato ulteriormente l’offerta politica alternativa al chavismo.
La corrente radicale dell’opposizione, rappresentata da María Corina Machado, ha boicottato le elezioni, proseguendo nella linea dell’astensione e della delegittimazione del sistema elettorale. Machado ha rivendicato che l’85% degli aventi diritto abbia disertato il voto, affermazione smentita dai dati ufficiali del Consejo Nacional Electoral (CNE). Secondo l’organo elettorale, hanno votato il 42,63% dei 21.485.669 elettori iscritti.
Una parte dell’astensionismo è legata alla migrazione. Negli ultimi anni, complice la crisi economica e le sanzioni internazionali, circa 4 milioni di venezuelani (oltre 6 milioni secondo fonti dell’opposizione) sono emigrati. Questi cittadini risultano ancora registrati nelle liste elettorali ma non partecipano al voto, incidendo sulla percentuale di affluenza. Ulteriori fattori sono la percezione di secondarietà del voto regionale rispetto a quello presidenziale e una crescente disaffezione verso la politica.
Nonostante la vittoria, il chavismo affronta segnali di stanchezza. La destra continua a godere di una base elettorale solida e ha raccolto consensi anche tra i settori popolari, in parte per gli errori della classe dirigente chavista e l’uso dell’anti-politica da parte dell’opposizione. Lo conferma il secondo posto del candidato di Machado alle presidenziali del 28 luglio scorso.
Una novità storica è stata il voto nella Guyana Esequiba, territorio rivendicato da Caracas da oltre un secolo. Nel 2023, il governo ha promosso un referendum per includere questa regione come parte integrante del Venezuela. Il risultato è stato favorevole al governo e, nelle elezioni del 25 maggio, è stato eletto un governatore chavista e otto deputati nonostante le pressioni e le minacce del governo della Guyana. La zona, ricca di petrolio, oro e diamanti, è attualmente interessata dalle perforazioni della Exxon Mobil, supportate militarmente dal Comando Sud degli Stati Uniti.
Il 1° giugno si è svolta un’ulteriore consultazione, dedicata ai rappresentanti dei popoli indigeni, che hanno votato secondo le proprie tradizioni e norme. Hanno partecipato circa 170.000 elettori nativi, appartenenti a 3.900 comunità, eleggendo tre deputati all’Assemblea Nazionale e nove rappresentanti ai parlamenti degli Stati di Amazonas, Apure, Anzoátegui, Bolívar, Amacuro, Monagas, Sucre, Zulia e Guyana Esequiba. La consultazione è avvenuta nel rispetto dell’articolo 125 della Costituzione, che tutela i diritti sociali e politici dei popoli originari.
La vittoria del chavismo si spiega anche con la sua struttura capillare. Le UBCH (Unità di Battaglia Bolívar e Chávez), articolazioni locali del partito, insieme a organizzazioni di base e movimenti di massa, hanno avuto un ruolo determinante nel garantire la mobilitazione dell’elettorato. Il PSUV, come scrive Marco Consolo (da Caracas) sul suo Blog, ha inoltre mantenuto un’alleanza solida con formazioni minori come Patria Para Todos, Unidad Popular Venezolana e il ramo maggioritario del Partito Comunista del Venezuela.
La coalizione chavista ha quindi consolidato il proprio controllo su istituzioni locali e parlamenti statali, lasciando l’opposizione in una posizione marginale e disarticolata. Il risultato elettorale conferma la tenuta del blocco al governo, che a 26 anni dalla prima vittoria di Hugo Chávez, mantiene una posizione dominante nel panorama politico del paese.
