Terzo no a Martina Oppelli, valuto Svizzera per suicidio assistito

La donna tetraplegica chiede fine vita, nuovo diniego ASL

Terzo no a Martina Oppelli – Martina Oppelli, 49enne triestina affetta da sclerosi multipla progressiva, ha ricevuto il terzo diniego da parte dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina (ASUGI) in merito alla richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito, previsto dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. L’azienda continua a sostenere che la donna non sarebbe sottoposta a trattamenti di sostegno vitale, requisito imprescindibile per l’accesso alla procedura in Italia. Nonostante le sue gravi condizioni, la dipendenza totale da assistenza continuativa, una terapia farmacologica estesa e l’uso costante della macchina per la tosse per evitare il soffocamento, ASUGI nega la presenza delle condizioni necessarie, in aperto contrasto con l’interpretazione giurisprudenziale più recente.

Il 4 giugno 2025 Martina ha ricevuto la relazione finale della nuova valutazione disposta da ASUGI. Ancora una volta, l’esito è stato negativo: secondo la commissione medica e il comitato etico, non sussisterebbe il requisito del trattamento di sostegno vitale. La valutazione si è basata su un’interpretazione ristretta, nonostante le pronunce della Corte costituzionale – in particolare le sentenze n. 135/2024 e n. 66/2025 – abbiano esteso il concetto di trattamento di sostegno vitale a pratiche e presidi medici come la macchina della tosse, la terapia farmacologica salvavita e le attività svolte da caregiver in assenza delle quali il paziente non potrebbe sopravvivere.

Il 19 giugno, i legali della donna – guidati da Filomena Gallo, Segretaria dell’Associazione Luca Coscioni – hanno inviato formale opposizione al nuovo diniego, accompagnata da una diffida. Si chiede che ASUGI proceda immediatamente a una nuova rivalutazione delle condizioni della paziente, adeguandosi all’interpretazione estensiva della Corte. In caso contrario, la donna valuterà l’ipotesi di recarsi in Svizzera per accedere a una procedura che le è sistematicamente negata in patria.

Terzo no a Martina Oppelli

Martina convive con la sclerosi multipla dal 2002. Diagnosi ricevuta a 28 anni, ha visto peggiorare progressivamente le sue condizioni fino alla tetraplegia, accompagnata da spasmi muscolari, dolori diffusi e incapacità di svolgere in autonomia anche le funzioni più elementari. Completamente dipendente dall’assistenza altrui, ogni giorno si sottopone a una terapia farmacologica combinata, comprendente antidolorifici, broncodilatatori, fluidificanti, anticonvulsivanti e antiaggreganti. Utilizza inoltre la macchina della tosse per evitare l’accumulo di muco che, in assenza di intervento, potrebbe condurla rapidamente al soffocamento.

La prima richiesta di accesso alla procedura per la morte medicalmente assistita è stata presentata da Martina l’1 agosto 2023. Visitata dalla commissione medica multidisciplinare nell’ottobre successivo, non ha ricevuto alcuna relazione fino al diniego formale arrivato nei mesi successivi. A quel punto, tramite i suoi legali, ha inoltrato una diffida e successivamente un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. presso il Tribunale di Trieste, chiedendo la rivalutazione del requisito contestato. Il 16 luglio 2024, il Tribunale ha accolto il ricorso e ordinato ad ASUGI di procedere a una nuova valutazione entro 30 giorni, stabilendo una sanzione economica di 500 euro per ogni giorno di ritardo.

Nonostante il nuovo accertamento, avvenuto formalmente il 13 agosto 2024, la decisione dell’ASUGI è rimasta immutata. La condizione di dipendenza assoluta di Martina, documentata da una copiosa produzione medica, è stata nuovamente ignorata. La macchina della tosse, i trattamenti farmacologici e la necessità di assistenza per evacuazione, aspirazione bronchiale e inserimento di cateteri – considerati dalla Corte costituzionale come trattamenti vitali in grado di incidere sulla sopravvivenza – non sono stati riconosciuti come tali dalla commissione.

Di fronte a questo ennesimo rifiuto, la donna ha presentato un nuovo ricorso al Tribunale civile, chiedendo che l’azienda sanitaria venisse obbligata a effettuare un’ulteriore valutazione conforme alla sentenza 135/2024. Il Tribunale, però, ha ritenuto che ASUGI avesse già ottemperato all’ordinanza del luglio precedente e ha respinto la richiesta.

Parallelamente, Martina ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Trieste affinché venga valutata la condotta dell’ASUGI per eventuali profili penali, tra cui il rifiuto di atti d’ufficio e la tortura. Sul fronte giuridico nazionale, ha inoltre ottenuto l’ammissione del proprio intervento nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. presso la Corte costituzionale, nell’ambito del procedimento pendente sul caso di Massimiliano, altra vicenda legata al fine vita.

Martina ha tentato ogni via possibile sul piano giudiziario, amministrativo e civile. Tuttavia, continua a scontrarsi con la posizione dell’ASUGI, giudicata ostruzionistica dai suoi legali e dagli attivisti per i diritti civili. L’azienda sanitaria ha adottato una linea interpretativa restrittiva che, secondo la difesa della donna, contraddice esplicitamente le più recenti sentenze della Corte costituzionale.

Particolarmente controverso è il raffronto con il caso di “Anna”, paziente affetta dalla stessa patologia, anch’essa totalmente dipendente da terzi. In quella circostanza, ASUGI riconobbe il trattamento di sostegno vitale, ma solo dopo la condanna del Tribunale. Una contraddizione che, agli occhi dei legali di Martina, conferma l’arbitrarietà delle decisioni dell’azienda sanitaria.

Di fronte a questa ripetuta negazione, Martina ha dichiarato pubblicamente la possibilità di dover intraprendere un viaggio in Svizzera, Paese in cui le condizioni per l’accesso al suicidio assistito sono già regolate. In Italia, invece, seppure il quadro normativo abbia aperto spiragli grazie alla sentenza Cappato (242/2019) e ai successivi interventi della Corte, l’attuazione sul territorio resta disomogenea e priva di uniformità.

Nel frattempo, l’Associazione Luca Coscioni ha rilanciato una nuova iniziativa popolare con l’obiettivo di raccogliere 50.000 firme entro il 15 luglio 2025 per proporre al Senato una legge che disciplini il fine vita in maniera chiara e inclusiva. La proposta mira a estendere la possibilità di scegliere anche l’eutanasia volontaria, con il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale e l’introduzione di tempi certi per la risposta alle richieste dei pazienti.

La vicenda di Martina si colloca nel cuore del dibattito bioetico e giuridico italiano: il confine tra diritto alla vita e diritto alla morte consapevole, tra accanimento terapeutico e autodeterminazione. Le sue condizioni cliniche non lasciano spazio a miglioramenti: la progressione della malattia è irreversibile, i dolori e gli spasmi quotidiani rendono la sua esistenza una prova costante.

L’ultima richiesta formale di verifica delle condizioni è stata presentata il 3 aprile 2025, dopo il mancato accoglimento da parte del Tribunale della precedente istanza. ASUGI ha ritardato l’invio della nuova relazione, rendendo necessaria una diffida. Il 4 giugno è giunta la terza relazione negativa. La commissione medica e il comitato etico hanno ribadito che Martina non soddisfa i criteri richiesti, ignorando ancora una volta la giurisprudenza costituzionale, secondo cui la dipendenza totale da assistenza e i presidi indispensabili per la sopravvivenza sono da considerare trattamenti vitali.

Ad oggi, Martina resta priva di alternative legali all’interno del sistema sanitario nazionale. La battaglia che ha scelto di portare avanti – personale, giuridica, civile – è diventata simbolo di un Paese in cui il riconoscimento dei diritti fondamentali si scontra con interpretazioni restrittive e con un’applicazione difforme delle stesse norme.

Il suo corpo non risponde più da tempo, ma la sua voce continua a chiedere ascolto. In assenza di un intervento legislativo chiaro e rispettoso della dignità delle persone malate, molti continueranno a dover cercare fuori dal proprio Paese la risposta che qui non viene data. E a pagare, oltre al dolore, sarà anche il prezzo della solitudine istituzionale.

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