Fine della guerra dei 12 giorni, ma la pace resta fragile
La tregua tra Iran e Israele è entrata in vigore dopo dodici giorni di intensi scontri, ma già mostra segni di fragilità. L’ultimo bilancio degli attacchi incrociati parla di quattro morti a Beer Sheva, colpita da un missile iraniano nelle ore immediatamente successive alla proclamazione del cessate il fuoco. La risposta israeliana non si è fatta attendere, nonostante l’intesa fosse stata annunciata pubblicamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Trump, prima di partire per il vertice NATO, ha duramente criticato entrambi i paesi per la violazione immediata della tregua da lui promossa. Il presidente ha parlato di un conflitto combattuto da due nazioni che «non sanno più cosa stanno facendo». A detta di fonti vicine alla Casa Bianca, la telefonata successiva tra Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe stata tesa, con l’amministrazione americana “eccezionalmente ferma” nel richiedere lo stop alle ostilità.
Il leader repubblicano ha espresso dissenso anche per la rappresaglia iraniana, giudicata sproporzionata. Ha escluso però ogni ipotesi di cambio di regime a Teheran, affermando che un simile scenario genererebbe ulteriore caos nella regione. Secondo Trump, il cessate il fuoco favorisce anche la stabilità globale, permettendo alla Cina di proseguire l’acquisto di petrolio iraniano.
L’Iran, dal canto suo, ha proclamato la fine del conflitto attraverso il presidente Massoud Pezeshkian, che ha definito la guerra un’aggressione imposta. La Repubblica Islamica, pur duramente colpita dai raid, rimane saldamente al potere, con le autorità iraniane che parlano di una vittoria politica e militare.
A Teheran, il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha celebrato la “sconfitta del nemico” e ha avvertito che la risposta iraniana resterà pronta in caso di nuove provocazioni. Il carcere di Evin, colpito dai bombardamenti, verrà parzialmente svuotato per consentire la riparazione dei danni.
In Israele, l’esercito ha rimosso le restrizioni imposte ai civili. Le scuole sono riaperte, così come l’aeroporto Ben Gurion, e la vita quotidiana sta gradualmente riprendendo. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato che l’operazione ha ritardato il programma nucleare iraniano di anni.
Tuttavia, fonti dell’intelligence americana, citate dalla CNN, offrono una valutazione diversa. Secondo una prima analisi della Defense Intelligence Agency, i bombardamenti su tre siti nucleari iraniani avrebbero soltanto rallentato temporaneamente lo sviluppo del programma atomico. I componenti principali sarebbero ancora intatti.
La Casa Bianca ha reagito alle indiscrezioni parlando di “fake news”, accusando la rete televisiva di voler sminuire il ruolo del presidente. I dati ufficiali, ha fatto sapere l’amministrazione, saranno condivisi solo dopo la conclusione delle verifiche.
Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno accolto con favore la tregua. Il segretario generale Antonio Guterres ha esortato Iran e Israele a rispettarla in modo integrale e ha auspicato che possa fungere da modello per la de-escalation anche in altri contesti regionali, come la Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano ha ripreso le attività.
Pezeshkian ha ribadito che l’Iran non è interessato all’arma atomica, ma a esercitare i suoi diritti legittimi in campo nucleare a uso civile. Ha anche espresso disponibilità a riprendere i negoziati con gli Stati Uniti, bruscamente interrotti dal conflitto.
Nonostante la cessazione delle ostilità, il generale israeliano Zamir ha confermato che l’azione contro Teheran proseguirà in forme diverse. La fase militare si è conclusa, ma per l’apparato di sicurezza israeliano si apre un nuovo capitolo nella strategia di contenimento del programma nucleare iraniano.
L’opinione pubblica e gli analisti internazionali restano divisi. Per alcuni, la guerra ha mostrato la determinazione di Israele a impedire la proliferazione nucleare nella regione; per altri, si è trattato di un conflitto breve ma privo di risultati concreti, incapace di mutare l’equilibrio di potere o di minare realmente le capacità strategiche dell’Iran.
Nel frattempo, la situazione resta instabile. A Tel Aviv, la movida riprende, ma il governo monitora costantemente l’evolversi degli eventi. A Teheran, le autorità celebrano la fine del conflitto, ma restano in allerta. La tregua è realtà, ma la pace rimane ancora un obiettivo incerto.
