Roma, 46enne muore dopo liposuzione: tre indagati

Studio operava da anni senza autorizzazione sanitaria

Una cittadina ecuadoriana di 46 anni è deceduta nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 giugno presso il Policlinico Umberto I di Roma, dove era stata trasportata in condizioni critiche a seguito di un intervento di liposuzione eseguito poche ore prima in un ambulatorio privato privo delle necessarie autorizzazioni. L’intervento, avvenuto nel pomeriggio di domenica, ha avuto esiti drammatici: la donna ha manifestato gravi complicanze e alle 20:10 è stata accompagnata in ambulanza privata all’ospedale, dove i tentativi di rianimazione sono durati circa sessanta minuti senza successo. L’autopsia, prevista per domani, sarà determinante per accertare le cause esatte del decesso.

A seguito della morte, la Procura della Repubblica di Roma ha avviato un’indagine penale per omicidio colposo. Tre i professionisti finiti sotto inchiesta: il chirurgo che ha eseguito l’intervento, l’anestesista che lo ha assistito e l’infermiera presente in sala. La struttura medica, situata nel quartiere Torrevecchia, è stata posta sotto sequestro. Il provvedimento fa seguito all’apertura del fascicolo coordinato dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco.

Emergono inoltre dettagli inquietanti sulla regolarità del centro dove è stato eseguito l’intervento. La struttura risultava priva di autorizzazione sanitaria da ben tredici anni. L’ultima concessione, della durata di cinque anni, risaliva al 2007. Da allora, nonostante il mancato rinnovo, l’attività è proseguita in maniera irregolare. Il responsabile del centro, José Gregorio Lizarraga Picciotti, 65 anni, originario del Perù, è già noto alle autorità per numerosi precedenti relativi a malpractice e lesioni personali. Diverse denunce, sporte nel corso degli anni da ex pazienti, hanno portato all’apertura di procedimenti a suo carico.

Sui social network, il medico promuoveva la sua attività vantando prezzi competitivi e garanzie di sicurezza, nonostante l’assenza di permessi. In uno dei post pubblicati sulla propria pagina Facebook, Lizarraga scriveva: “Offriamo il miglior prezzo del mercato italiano senza abbassare la qualità/sicurezza in ciascun intervento”. Sui suoi profili digitali si definiva esperto in chirurgia plastica ricostruttiva e microchirurgia, con una formazione accademica dichiarata presso l’Örebro University in Svezia e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Tuttavia, il suo stile di vita ostentato, tra auto di lusso e citazioni motivazionali, stride con le gravi carenze emerse nel contesto clinico in cui operava.

L’inchiesta ha riportato sotto i riflettori il tema della regolamentazione della chirurgia estetica in Italia. Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ha ribadito la necessità di un intervento normativo che restringa l’esercizio della medicina estetica a professionisti abilitati e adeguatamente formati. Anelli ha ricordato che episodi simili si sono ripetuti negli ultimi mesi, sollecitando l’adozione di un quadro normativo che limiti l’accesso a pratiche chirurgiche invasive ai soli medici con percorsi accademici specifici e verificabili. Ha inoltre auspicato l’istituzione di elenchi ufficiali, custoditi dagli Ordini, dei professionisti qualificati.

Il caso ha inevitabilmente rievocato altri tragici episodi recenti. Danilo Pizi, genero di Simonetta Kalfus – la donna di 62 anni morta lo scorso marzo dopo un intervento di liposuzione eseguito in una clinica privata a Roma – ha espresso profondo turbamento per la nuova perdita. “Ancora una vittima – ha dichiarato – e la nostra tragedia, evidentemente, non ha insegnato nulla”. Pizi ha sottolineato i rischi insiti nella pratica della liposuzione, che troppo spesso viene trattata come una semplice operazione da day hospital. Ha denunciato l’assenza di regole stringenti e la facilità con cui strutture non idonee possano continuare a operare, mettendo a repentaglio la vita dei pazienti.

Secondo quanto riferito, la moglie di Pizi sta ancora affrontando le gravi ripercussioni psicologiche per la perdita della madre e attende risposte dall’inchiesta in corso, il cui esito rimane sospeso in assenza dei risultati dell’autopsia. “Si continua a morire per nulla”, ha affermato Pizi, evidenziando come la percezione pubblica della liposuzione sia spesso falsata da una narrazione fuorviante che la presenta come un intervento sicuro e di routine. A suo avviso, soltanto una regolamentazione chiara e rigorosa potrà prevenire ulteriori tragedie.

Sul piano giudiziario, le prossime fasi dell’inchiesta si concentreranno sull’analisi tecnica dell’intervento eseguito, sulla documentazione sanitaria raccolta e sull’accertamento delle responsabilità individuali. La perizia autoptica sarà fondamentale per stabilire le cause esatte del decesso e verificare l’eventuale nesso di causalità tra le pratiche adottate in ambulatorio e il peggioramento delle condizioni della paziente. Gli inquirenti stanno inoltre valutando la posizione giuridica del titolare della struttura sotto sequestro, al fine di accertare eventuali violazioni pregresse già oggetto di indagini.

Il contesto nel quale è maturata la tragedia fa emergere una più ampia criticità che riguarda la gestione e il controllo delle strutture sanitarie private. I dati in possesso delle autorità sanitarie mostrano un quadro allarmante: la presenza sul territorio di numerosi studi estetici non in regola, dove si eseguono interventi chirurgici senza adeguata supervisione o infrastrutture di emergenza. Si tratta di un fenomeno complesso, alimentato da dinamiche economiche e dalla domanda crescente di trattamenti estetici a basso costo.

Nel caso specifico, secondo quanto emerge dai primi riscontri, il centro di Torrevecchia continuava ad operare indisturbato nonostante la revoca dell’autorizzazione dal 2012. Il titolare aveva esteso nel tempo le attività promozionali anche al di fuori del settore sanitario, annunciando sui social l’imminente apertura di un ristorante nella capitale. La gestione disinvolta delle attività, insieme alla mancata vigilanza amministrativa, ha consentito a una struttura priva di standard clinici di restare operativa per oltre un decennio.

L’incidente accende inoltre i riflettori sull’uso improprio delle piattaforme digitali da parte di operatori sanitari che pubblicizzano servizi chirurgici complessi con messaggi promozionali aggressivi. Le autorità sanitarie hanno già avviato interlocuzioni con gli ordini professionali e con le principali società scientifiche del settore, al fine di elaborare nuove linee guida in materia di pubblicità sanitaria e attività chirurgica non ospedaliera. La prospettiva è quella di rafforzare le procedure di accreditamento e di istituire controlli sistematici sulle strutture private che operano in ambito medico-estetico.

Nel frattempo, la Procura prosegue con le audizioni dei soggetti coinvolti e l’acquisizione di testimonianze. Sarà inoltre analizzata la documentazione clinica relativa all’intervento, inclusi i consensi informati e le cartelle sanitarie della paziente. L’obiettivo è chiarire se vi siano stati errori tecnici, negligenze o carenze organizzative che abbiano determinato il peggioramento improvviso delle condizioni della donna. In parallelo, saranno valutati eventuali profili di responsabilità amministrativa e disciplinare a carico del personale sanitario coinvolto.

Il caso, che ha suscitato forte commozione tra la comunità ecuadoriana residente a Roma, potrebbe avere anche implicazioni diplomatiche. Le autorità consolari hanno già richiesto chiarimenti e offerto assistenza legale alla famiglia della vittima. Sul piano istituzionale, l’episodio ha riacceso il dibattito sul controllo delle attività sanitarie private e sulla necessità di potenziare i meccanismi di prevenzione, affinché la tutela della salute pubblica non sia subordinata a logiche commerciali.

L’autopsia disposta dalla magistratura rappresenterà un passaggio decisivo per ricostruire l’intera sequenza degli eventi e definire con precisione le responsabilità. Solo al termine delle indagini tecniche sarà possibile stabilire se la morte della donna potesse essere evitata e se l’intervento sia stato eseguito con modalità conformi agli standard di sicurezza clinica. Nel frattempo, resta alto l’allarme su un settore che continua a operare, in alcuni casi, ai margini della legalità.

(Sil/Adnkronos)

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