In trent’anni solo nel 2011 superata la soglia
I promotori dei referendum dell’8 e 9 giugno si trovano ad affrontare una sfida nota e ardua: raggiungere il quorum. I cittadini italiani saranno chiamati a esprimersi su cinque quesiti, quattro dei quali riguardano il mondo del lavoro e uno la cittadinanza. Per essere validi, questi referendum abrogativi dovranno ottenere la partecipazione della metà più uno degli aventi diritto al voto, che ammontano a circa 51 milioni. La soglia da superare è dunque di oltre 26 milioni di votanti.
La storia italiana dei referendum abrogativi mostra chiaramente quanto sia difficile raggiungere questo obiettivo. Dal 1974 ad oggi sono stati proposti 72 quesiti abrogativi, che con quelli di giugno saliranno a 77. Se si considerano tutte le consultazioni referendarie, compresi i referendum costituzionali e quello istituzionale del 1946, il totale arriva a 83.
Il primo referendum abrogativo si svolse nel maggio del 1974 e riguardava l’abrogazione della legge sul divorzio, introdotta nel 1970. Fu una consultazione molto partecipata, con un’affluenza record dell’87,7%. Il tentativo, promosso dalle forze cattoliche per eliminare la legge Fortuna-Baslini, fu respinto con una netta vittoria dei no.
Il quorum, previsto dall’articolo 75 della Costituzione, rappresenta da sempre una condizione insidiosa. Su 72 quesiti abrogativi affrontati finora, il quorum è stato raggiunto in 39 occasioni, mentre per 33 volte la soglia non è stata superata. Nei casi in cui la consultazione è risultata valida, le vittorie si sono divise tra 23 successi del sì e 16 del no.
Un’analisi dell’andamento dell’affluenza mostra una netta inversione di tendenza a partire dalla metà degli anni ’90. Dal 1974 al 1995 il quorum è stato raggiunto quasi sempre, ad eccezione del 1990, quando il quesito sulla caccia si fermò attorno al 42-43%. Anche nel 1991, nonostante l’invito all’astensione promosso da Bettino Craxi, i referendum sostenuti da Mario Segni superarono abbondantemente la soglia, con un’affluenza del 62,5%.
Il 1995 rappresenta però l’ultima stagione favorevole. Da quel momento in poi, la partecipazione ha subito un calo costante. Dal 1997 fino al 2022, nessun referendum abrogativo ha più raggiunto il quorum, fatta eccezione per la tornata del 2011, quando gli italiani si pronunciarono sull’acqua pubblica, sul nucleare e sul legittimo impedimento. In quell’occasione, l’affluenza si attestò al 54,8%.
Nelle ultime consultazioni referendarie, quella del 2022 sui temi della giustizia (tra cui il Consiglio Superiore della Magistratura), la partecipazione è crollata al 20%. Anche in passato ci sono stati livelli molto bassi: nel 2009 (premio di maggioranza) l’affluenza si fermò al 23,3%; nel 2003 e nel 2005 si registrò il 25,5% per i quesiti sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sulla procreazione medicalmente assistita; nel 1997 fu appena del 30,2%.
Tra i referendum con maggiore partecipazione, oltre al divorzio, figurano quello del 1978 sul finanziamento pubblico ai partiti (81,2%), quello del 1981 su terrorismo e aborto (79,4%), quello del 1985 sulla scala mobile (77,9%) e quello del 1993, che riguardava di nuovo il finanziamento ai partiti, con un’affluenza del 77%.
Il calo costante della partecipazione ha reso il raggiungimento del quorum una vera e propria impresa, influenzata da disaffezione, disinformazione e strategie di astensione. Per i promotori dei cinque quesiti in programma, la sfida sarà dunque quella di convincere almeno metà degli elettori italiani ad andare alle urne, obiettivo che negli ultimi trent’anni è stato centrato una sola volta.
(Gmg/Adnkronos)
