Effetto Trump su Israele e Iran, analisi degli esperti

Strategie Usa e rischi di escalation nel futuro del Medio Oriente

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha innescato nuove valutazioni tra gli attori principali del Medio Oriente, in particolare tra Israele e Iran. La recente visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu al presidente americano, primo leader straniero ricevuto da Trump dopo il Liberation Day, ha posto al centro della scena la rinnovata cooperazione tra i due Paesi e il destino del confronto con Teheran. L’incontro ha ribadito la linea comune: impedire all’Iran l’accesso a tecnologie nucleari.

Durante il faccia a faccia, Trump ha espresso la preferenza per un accordo diplomatico con l’Iran, ma ha anche lasciato intendere che l’opzione militare resta sul tavolo. “Non è qualcosa che voglio, e nemmeno Israele lo desidera, se può evitarlo”, ha dichiarato. Tuttavia, la sola evocazione di uno scenario di guerra rafforza l’idea che la Casa Bianca intenda proseguire la strategia di “massima pressione” su Teheran, accusata di sostenere movimenti come Hamas, Hezbollah e gli Houthi, e di guidare l’“Asse della Resistenza” contro Stati Uniti e Israele.

Secondo il professor Chuck Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale israeliana e ora membro dell’Institute for National Security Studies (Inss), questa fase rappresenta la prima vera minaccia americana per Teheran dai tempi dell’amministrazione Obama. Freilich considera la politica di Trump una forma di “diplomazia coercitiva”, ma dubita che Washington voglia davvero arrivare a uno scontro armato.

Fragilità interna in Iran

La pressione americana si inserisce in un momento delicato per l’Iran. Il dottor Raz Zimmt, specialista di affari iraniani presso le Forze di difesa israeliane (Idf) e fellow dell’Inss, ha delineato un quadro interno molto critico. Secondo Zimmt, il 2024 è stato uno degli anni più duri per la Repubblica islamica dalla sua fondazione. L’economia versa in condizioni peggiori rispetto a quelle degli anni ’80, durante il conflitto con l’Iraq. Il deficit pubblico è in crescita, l’inflazione supera il 40% e la valuta nazionale continua a perdere valore.

A queste difficoltà si aggiungono i colpi ricevuti a livello regionale. La perdita dell’alleato Bashar al-Assad in Siria, colpito da recenti attacchi israeliani che hanno distrutto siti missilistici e impianti per la produzione di droni, ha indebolito la capacità iraniana di proiezione militare. L’eventuale ritorno stabile di Trump alla guida degli Stati Uniti potrebbe rappresentare un ulteriore aggravamento della posizione iraniana.

Secondo Zimmt, la crisi interna, unita alla sfiducia delle giovani generazioni nate dopo la Rivoluzione del 1979, potrebbe aprire spazi a cambiamenti politici. Tuttavia, la possibilità di un crollo del regime resta remota. La popolazione non sostiene il governo, ma non esistono forze organizzate in grado di sostituirlo o rovesciarlo nel breve termine.

Il dilemma americano

Come ha ricordato Freilich, gli Stati Uniti avevano già espresso la volontà di disimpegnarsi dal Medio Oriente, soprattutto per concentrarsi sull’Indo-Pacifico, ma eventi come l’attacco del 7 ottobre 2023, attribuito ad attori legati all’“Asse della Resistenza”, li hanno costretti a mantenere un coinvolgimento nella regione. Il ritiro unilaterale dal JCPoA, l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015, deciso proprio da Trump nella sua prima presidenza, ha complicato il quadro.

Entrambi gli analisti dell’Inss considerano quella scelta un errore strategico. Tuttavia, il legame fra Washington e Tel Aviv, rafforzato dagli anni ’90, resta solido. Gli Stati Uniti continuano a offrire protezione diplomatica a Israele, soprattutto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove altrimenti lo Stato ebraico avrebbe potuto subire sanzioni. Questa alleanza si estende anche ai settori militari e strategici, ed è al centro degli sforzi americani per sostenere nuovi percorsi di pace in Palestina.

Il nodo saudita

Il processo di normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita è considerato una priorità, anche in vista di un’eventuale ripresa dei colloqui regionali. Gli Accordi di Abramo, firmati sotto la presidenza Trump, hanno avviato un cambiamento nei rapporti diplomatici di Israele con diversi Paesi arabi. Zimmt ritiene che questa tendenza continuerà anche con un eventuale secondo mandato Trump, che intende rafforzare l’“architettura di sicurezza” regionale promossa da Washington.

L’Iran, secondo l’analista, non percepisce questo allineamento tra Israele e Arabia Saudita come una minaccia esistenziale. Teheran è riuscita a mantenere relazioni stabili con gli Emirati Arabi Uniti, anche dopo la firma degli accordi. Inoltre, il riavvicinamento tra Riad e Teheran, avvenuto nel 2023, testimonia la volontà saudita di convivere pacificamente con l’Iran, piuttosto che affrontarlo in un confronto militare.

Zimmt avverte che un’eventuale alleanza anti-iraniana tra Israele e Arabia Saudita è improbabile. Più realistico è un rafforzamento della cooperazione in ambito difensivo e di intelligence. Tuttavia, la possibilità di un vero accordo di normalizzazione dipenderà dall’evoluzione della situazione a Gaza e dalla questione palestinese.

Gaza e gli ostaggi

Il ruolo di Trump nel conflitto in Striscia di Gaza è oggetto di attenta valutazione da parte israeliana. Gli analisti ritengono che il sostegno americano a Israele sia forte, ma legato a obiettivi di breve periodo. L’obiettivo immediato sarebbe esercitare pressione su Hamas per ottenere un’intesa sugli ostaggi e ridimensionare l’influenza del movimento nella regione. Trump, secondo Freilich, sostiene pienamente Israele, ma non vuole una nuova crisi prolungata. “Non vogliamo diventare la nuova Ucraina”, ha detto l’esperto, riferendosi alle tensioni tra Trump, il suo vice J.D. Vance e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

La gestione di Gaza è quindi centrale. Gli oltre 50.000 morti, secondo fonti Hamas, aumentano le pressioni internazionali e regionali. Qualunque sviluppo nei colloqui con Arabia Saudita dipenderà da come si risolverà questa crisi, anche per il peso simbolico e politico della questione palestinese.

Il dossier nucleare

Il programma nucleare iraniano resta il nodo principale. Teheran si avvicina sempre più alla soglia tecnica per la costruzione di armi nucleari, secondo recenti rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). La linea americana richiede lo smantellamento degli impianti nucleari, la riduzione dell’arricchimento dell’uranio al 20% e il trasferimento del materiale arricchito alla Russia. Per Teheran, queste condizioni potrebbero risultare inaccettabili.

Zimmt ritiene che una finestra negoziale esista, ma si chiuderà entro l’estate 2025. Dopo quel termine, le possibilità di un confronto militare aumenteranno. L’ultima occasione per rinnovare le sanzioni europee nel quadro del JCPoA, senza veto di Russia e Cina in sede Onu, è fissata per ottobre 2025. In assenza di progressi, un attacco israeliano o americano non è da escludere.

I rischi di un conflitto armato

L’Inss individua tre fattori principali per valutare l’opzione bellica. Il primo è il consenso americano: Israele difficilmente agirà senza l’approvazione, se non il coinvolgimento diretto, degli Stati Uniti. Il secondo è la capacità militare israeliana di colpire efficacemente le infrastrutture nucleari iraniane. Il terzo è la gestione delle conseguenze.

Anche se un attacco militare rallentasse il programma nucleare, non lo eliminerebbe del tutto. Teheran dispone di numerosi missili e potrebbe infliggere danni significativi in caso di ritorsione. Inoltre, parte del materiale fissile potrebbe essere nascosto e utilizzato per riprendere lo sviluppo dell’arma. Nessuno, secondo Zimmt, crede che un solo attacco possa fermare definitivamente l’Iran. Sarebbe l’inizio di una lunga campagna militare, che richiederebbe ulteriori interventi da parte di Israele e Stati Uniti.

In sintesi, il ritorno di Trump influenza in modo sostanziale l’equilibrio nel Medio Oriente. Le prossime mosse, sia sul piano negoziale che su quello militare, saranno decisive. Il destino della regione resta incerto, condizionato da pressioni interne, alleanze variabili e una finestra diplomatica sempre più stretta.

(Otl/Adnkronos)

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