Israele chiude l’emergenza nel Sud, Hamas tenta il recupero dei corpi

Le famiglie degli ostaggi chiedono lo stop alla fase due del cessate il fuoco

Con la decisione del ministro della Difesa israeliano Israel Katz di revocare lo stato di emergenza nel sud del Paese, Israele mette fine a un periodo eccezionale iniziato il 7 ottobre 2023. La misura, che aveva attribuito poteri straordinari al Comando del Fronte Interno, consentiva restrizioni su assembramenti e la chiusura di aree strategiche dopo l’attacco di Hamas. Come riportato dal Times of Israel, la revoca segna il ritorno a una gestione ordinaria della sicurezza in una regione segnata da due anni di tensione e allarmi.

Katz ha spiegato che la decisione rispecchia “una nuova realtà di sicurezza” raggiunta grazie alle operazioni delle Forze di difesa israeliane (Idf) contro l’organizzazione palestinese, definita “terroristica” dal governo di Gerusalemme. Una valutazione maturata, secondo il ministro, dopo la graduale riduzione delle minacce dirette oltre il confine della Striscia di Gaza e la recente stabilizzazione delle aree meridionali.

Intanto, dai media arabi giunge una notizia di peso sul fronte umanitario. Secondo quanto riferito dal canale saudita AsharqHamas avrebbe avviato operazioni per localizzare e recuperare tra sette e nove corpi di ostaggi israeliani deceduti a Gaza. La notizia, rilanciata da una fonte che segue il dossier, indica che il movimento islamista avrebbe individuato i luoghi dove potrebbero trovarsi le salme, distribuiti in più aree della Striscia. Gli emissari del gruppo avrebbero chiesto ai mediatori internazionali di sollecitare il ritiro temporaneo delle Idf da alcune zone della Linea Gialla, la fascia di sicurezza che separa Israele e Gaza, per facilitare le operazioni di recupero.

La richiesta ha immediatamente suscitato reazioni tra i familiari degli ostaggi. L’Hostages and Missing Families Forum, in una lettera citata da diverse testate, tra cui Times of Israel e Ynet, ha esortato sia il governo israeliano sia gli Stati Uniti a sospendere la “fase due” del piano di cessate il fuoco fino alla restituzione delle salme. Le famiglie sostengono che Hamas conosca “con precisione la posizione di ogni corpo” e chiedono il rispetto degli accordi già firmati per la restituzione di tutti i 48 ostaggi concordati. Tredici di loro, secondo il Forum, sarebbero ancora prigionieri nella Striscia.

La pressione morale e politica sul governo del primo ministro Benjamin Netanyahu resta dunque altissima. In una fase in cui la società israeliana si interroga sul bilancio umano e politico della guerra, le famiglie chiedono chiarezza sulle prossime mosse e garanzie che “nessun passo avanti nel negoziato” verrà fatto prima del rimpatrio di tutte le salme.

Sul versante diplomatico, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, durante una conferenza stampa a Budapest, ha dichiarato che Israele “non accetterà la presenza di truppe turche” nella Striscia di Gaza. Citato da Asharq e dal quotidiano ungherese Népszava, Sa’ar ha ricordato che Ankara ha assunto “posizioni apertamente ostili”, con il presidente Recep Tayyip Erdogan più volte accusato di utilizzare retorica antisraeliana e comparazioni con i crimini nazisti. “Non sarebbe logico – ha ribadito Sa’ar – consentire a forze dichiaratamente ostili di operare in un territorio così sensibile”.

Il capo della diplomazia israeliana ha poi puntato il dito anche contro l’Autorità nazionale palestinese (Anp), accusandola di continuare il sistema di sussidi ai detenuti per terrorismo, noto come “pay-for-slay”, nonostante la promessa di abolirlo. Secondo Sa’ar, i pagamenti proseguono ora tramite uffici postali palestinesi e sono stati addirittura ampliati per coloro che hanno beneficiato del recente scambio di prigionieri legato al cessate il fuoco.

Diversi governi europei, ha aggiunto il ministro, “chiudono un occhio su questa pratica”, mentre l’Unione Europea viene accusata di garantire “legittimità senza responsabilità” all’Anp. “Fino a oggi – ha detto – non sono stati rispettati i criteri fissati dal presidente Trump in materia di trasparenza e responsabilità finanziaria”.

Sul fronte opposto, Hamas ha replicato a tono. Il portavoce Hazem Qasem ha denunciato, in dichiarazioni riportate dall’agenzia Wafa e rilanciate da Asharq, i “cambiamenti unilaterali del sistema politico palestinese” decisi dal presidente Mahmud Abbas senza un consenso nazionale. Il riferimento è all’annuncio, arrivato da Ramallah, di nuove regole per la successione presidenziale, che attribuirebbero temporaneamente il potere al vicepresidente Husein al Sheij in caso di vacanza della carica.

Secondo Qasem, tali modifiche “violano la Legge Fondamentale” e “minano la possibilità di un vero processo di riforma”, aggravando la divisione tra fazioni e complicando il percorso di riconciliazione nazionale. Il portavoce ha ribadito la volontà del movimento di “proseguire gli sforzi per un consenso unitario e per la ricostruzione istituzionale della Palestina”.

Il dibattito interno palestinese si intreccia così con la delicata situazione sul terreno, mentre la fine dello stato d’emergenza israeliano segna un passaggio simbolico ma ancora fragile. La revoca porta con sé la prospettiva di un lento ritorno alla normalità nelle aree del Negev e lungo il confine sud, ma anche l’incertezza sul futuro dei negoziati mediati da Egitto, Qatar e Stati Uniti.

L’intera dinamica regionale resta sospesa tra la volontà di ristabilire l’equilibrio e la consapevolezza che le condizioni per una pace stabile non sono ancora mature. Sul piano interno, la decisione del ministro Katz di chiudere lo stato di emergenza ha valore politico: un segnale di fiducia nell’efficacia delle difese e nella solidità del sistema di sicurezza israeliano. Allo stesso tempo, essa espone il governo a nuove pressioni perché dimostri che la calma ottenuta non sia soltanto temporanea.

L’articolo è basato su informazioni di Times of IsraelAsharqWafa, e fonti ufficiali israeliane.

(Brt/Adnkronos)

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