Pentagono mobilita navi e pressioni contro Venezuela e Messico
Washington mobilita forze armate in America Latina, in quello che esperti definiscono un aumento della pressione militare mascherata da guerra alla droga. Come sottolineato dal giornalista Marco Consolo sul suo blog, l’azione americana si colloca in un contesto di guerra ibrida, che combina elementi militari, psicologici e mediatici, e segue un copione già visto in altre aree di crisi globale.
Secondo quanto riportato dal New York Times, all’inizio di agosto il presidente Donald Trump avrebbe firmato una direttiva segreta che autorizza il Pentagono a impiegare le forze armate contro i cartelli della droga, classificati unilateralmente come organizzazioni terroristiche. La disposizione consente operazioni al di fuori dei confini nazionali, senza chiarire esattamente quali gruppi criminali siano oggetto delle missioni. A conferma dell’escalation, Reuters ha reso noto l’invio di un contingente navale nel Mar dei Caraibi, comprendente cacciatorpedinieri, incrociatori e un sottomarino nucleare a propulsione rapida, sotto la supervisione del Comando Sud.
L’azione rappresenta una delle ingerenze più esplicite degli Stati Uniti negli ultimi anni nella regione, con un obiettivo dichiarato di contrastare “minacce alla sicurezza nazionale”. Tuttavia, l’attenzione ai Caraibi fa ipotizzare un interesse particolare verso le coste del Venezuela, in un contesto di minacce crescenti contro Caracas e pressioni su paesi come Messico ed Ecuador. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato visite ufficiali nei due Paesi per “contrastare attori maligni extracontinentali”, in riferimento agli accordi tra Ecuador e Cina firmati durante la presidenza di Rafael Correa.
A supporto della strategia di pressione, la Casa Bianca ha aumentato la ricompensa a 50 milioni di dollari per informazioni sulla cattura di Nicolás Maduro, accusato senza prove di guidare il presunto Cartello de los Soles e di avere legami con altre organizzazioni dichiarate terroristiche dagli Stati Uniti. La procuratrice generale Pam Bondi ha definito la ricompensa “storica”, sostenendo che Maduro utilizza gruppi criminali stranieri per introdurre droghe e violenza negli USA. Tuttavia, rapporti dell’ONU e della DEA non confermano l’esistenza del Cartello de los Soles, né indicano traffico di droga significativo attraverso il Venezuela, confermando la posizione del Paese come territorio libero da coltivazioni illecite e con solo il 5% della droga colombiana in transito.
Oltre al pretesto del narcotraffico, la regione presenta un valore strategico considerevole. L’America Latina e i Caraibi custodiscono oltre un quarto delle riserve mondiali di metalli strategici, quasi un quinto delle riserve di idrocarburi e circa un terzo delle risorse idriche globali, oltre ad aree forestali, agricole e zone di pesca di primaria importanza. La minaccia militare statunitense, dunque, si inserisce in un contesto di interesse economico e geostrategico, violando trattati di pace regionali come il Trattato di Tlatelolco del 1967 e gli impegni della CELAC.
La storia recente mostra come la “guerra alla droga” americana sia stata ripetutamente fallimentare. Dalla presidenza di Nixon al Plan Colombia di Clinton, gli investimenti militari e finanziari non hanno ridotto significativamente il narcotraffico. Allo stesso modo, l’intervento statunitense attuale ignora la domanda interna di droghe e le responsabilità statali sul controllo del confine. Caracas, invece, continua a coordinarsi con la Colombia per sequestri e controllo del traffico.
La situazione attuale rientra in quella che Consolo definisce una “guerra con la droga”, richiamando lo scandalo Iran-Contras, dove alti funzionari americani furono implicati in traffico di armi e droga per finanziare forze paramilitari in Nicaragua. La mobilitazione di incrociatori e sottomarini nucleari per la lotta ai cartelli appare sproporzionata e inadeguata, considerando la natura delle operazioni necessarie per contrastare il narcotraffico, che interessa principalmente la costa pacifica e non i Caraibi.
L’obiettivo politico ed economico è evidente: esercitare pressione sul Venezuela per rovesciare il governo bolivariano e consolidare interessi strategici, tra cui il controllo del petrolio e la gestione delle pressioni internazionali. Nonostante l’embargo petrolifero e le sanzioni, gli scambi energetici tra Stati Uniti e Venezuela continuano grazie a permessi speciali, sottolineando la coerenza selettiva della politica americana tra retorica e interessi economici reali.
La strategia si estende all’intero continente: Ecuador ha concesso alle isole Galápagos una base militare americana, e il mercenario Erik Prince è coinvolto in operazioni locali, ufficialmente per contrastare il narcotraffico. La risposta venezuelana include il rafforzamento della milizia popolare e della marina bolivariana, mentre il sostegno diplomatico internazionale è ampio: Colombia, Brasile, Messico, Cina e Russia hanno espresso solidarietà a Caracas, ribadendo il principio di sovranità nazionale e condannando ingerenze esterne.
Il controllo del Canale di Panama è un obiettivo centrale. La Casabianca ha ripreso presenza militare nelle ex basi statunitensi, con esercitazioni e presenze navali dirette a contrastare l’influenza cinese e assicurare flussi commerciali. L’attivazione di Fort Sherman e la supervisione dell’ammiraglio Alvin Hosley sottolineano la volontà di monitorare la regione in funzione geostrategica, rafforzando la posizione statunitense nel Cono Sud.
Analogamente, negli ultimi anni la NATO e le forze statunitensi hanno rafforzato la loro presenza nell’Atlantico meridionale, in Cile, Colombia, Ecuador, Honduras, Panama, Porto Rico, Paraguay, Perù e aree come le Isole Malvine. La percezione locale è che la riduzione dell’impegno in Ucraina possa coincidere con una ripresa aggressiva nel continente latino-americano, con operazioni psicologiche, pressioni economiche e diplomatiche coordinate.
L’articolo di Marco Consolo evidenzia come, in questo contesto, la strategia americana non sia limitata al pretesto della lotta al narcotraffico, ma rifletta una politica di egemonia economica e militare, con implicazioni regionali che vanno dal rafforzamento delle alleanze con oligarchie locali alla destabilizzazione dei governi progressisti. La mobilitazione di risorse militari, la pressione sui Paesi alleati e le campagne mediatiche rientrano in una visione coerente di guerra di quinta generazione, che combina strumenti militari, economici e informativi per influenzare equilibri geopolitici.
In conclusione, la situazione in America Latina è caratterizzata da una crescente tensione geopolitica, dove il dispiegamento statunitense, ufficialmente volto alla lotta alla droga, appare come parte di una strategia di controllo regionale. L’azione americana, criticata da governi latino-americani e organismi internazionali, mette a rischio la pace e la sovranità dei Paesi coinvolti, confermando la necessità di vigilanza e cooperazione regionale per fronteggiare le ingerenze esterne e tutelare le risorse strategiche del continente.
