Gaza, 81 morti in un giorno nei raid israeliani

Colpito internet café a Gaza City, decine i feriti

Sono 81 le persone uccise nelle ultime ventiquattro ore nella Striscia di Gaza, in seguito ai ripetuti bombardamenti dell’esercito israeliano. A riferirlo sono fonti mediche palestinesi, rilanciate dai media regionali. I raid si sono intensificati in varie zone del territorio, amministrato da Hamas dal 2007, nell’ambito dell’offensiva militare israeliana avviata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

A Gaza City, dieci persone sono rimaste uccise nel quartiere orientale di Zeitoun, bersaglio di un violento attacco aereo. Nel sud della Striscia, le operazioni si sono concentrate attorno a Khan Yunis, dove sono state segnalate nuove incursioni delle forze israeliane.

Tra gli episodi più gravi registrati oggi, un raid ha colpito un internet café situato nei pressi del porto di Gaza City. Il bombardamento ha provocato almeno 40 morti e circa 75 feriti. L’attacco, secondo quanto riportato da fonti ospedaliere, ha coinvolto un locale noto come Al-Baq, frequentato da studenti, giornalisti e lavoratori freelance. L’edificio, che offriva connessione a internet in una delle poche aree ancora dotate di energia, era particolarmente affollato al momento dell’impatto.

Nell’attacco è rimasto ucciso anche il fotoreporter palestinese Ismail Abu Hatab. La sua morte porta a 228 il numero di giornalisti deceduti dall’inizio delle operazioni israeliane nella Striscia, secondo quanto riferito da fonti riconducibili ad Hamas. L’esercito israeliano ha dichiarato che l’azione era diretta contro miliziani operativi nel nord di Gaza, e ha precisato che sono state adottate misure per limitare le vittime civili. L’episodio è attualmente oggetto di revisione interna.

Le Forze di difesa israeliane hanno inoltre comunicato di aver effettuato nella giornata di lunedì oltre 140 attacchi mirati contro obiettivi definiti come postazioni terroristiche. Tra i bersagli colpiti si segnalano siti di lancio di missili anticarro, depositi di armi e centri di comando. In uno di questi, secondo le autorità militari, sarebbero stati uccisi otto membri di Hamas. Anche la marina israeliana ha partecipato alle operazioni colpendo infrastrutture nel sud della Striscia.

L’aggravarsi del conflitto ha pesanti conseguenze sulla già critica situazione sanitaria. Il ministero della Salute di Gaza ha reso noto che i trattamenti di dialisi presso l’ospedale al-Shifa sono stati sospesi per mancanza di carburante. I reparti di terapia intensiva, sempre secondo fonti ministeriali locali, possono operare solo per poche ore al giorno. La carenza di risorse, denunciano le autorità sanitarie, rischia di causare ulteriori decessi tra pazienti e feriti ricoverati nelle strutture ospedaliere.

Sul fronte politico-diplomatico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato una visita ufficiale a Washington per lunedì 7 luglio. Tra gli incontri previsti figura anche un faccia a faccia con l’ex presidente statunitense Donald Trump. Oltre a Trump, Netanyahu dovrebbe incontrare alti funzionari dell’amministrazione americana, inclusi il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e l’inviato speciale Steve Witkoff.

Trump, prima della sua partenza per la Florida, ha riferito alla stampa che tra i temi al centro del colloquio con Netanyahu vi sarà la situazione in Iran e il conflitto a Gaza. L’ex presidente ha manifestato la speranza che un cessate il fuoco possa essere raggiunto entro breve tempo e ha ribadito la volontà di riportare a casa i cittadini israeliani ancora detenuti da Hamas.

Da parte sua, Hamas ha fatto sapere che al momento non sono previsti incontri ufficiali con i mediatori internazionali impegnati nel tentativo di mediazione. Tuttavia, il movimento islamista si è detto pronto a partecipare a eventuali colloqui futuri. In un’intervista al quotidiano egiziano Al-Shorouk, un rappresentante del gruppo, Taher Nunu, ha affermato che Hamas sarebbe disponibile a sottoscrivere un accordo che ponga fine alle ostilità, ma ha escluso ogni trattativa che implichi il disarmo o l’esilio della propria leadership.

Intanto, le condizioni umanitarie nella Striscia continuano a deteriorarsi. L’intensificarsi delle operazioni militari, la carenza di carburante e la distruzione di infrastrutture civili aggravano una crisi che colpisce in modo crescente la popolazione. I negoziati per una tregua appaiono fermi, mentre il numero delle vittime civili continua ad aumentare.

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