Bisi: “Non siamo ombra, la storia italiana ci appartiene”
All’ingresso di Villa Il Vascello, nel cuore del Gianicolo a Roma, un busto di Garibaldi osserva i visitatori, accogliendoli nella storica sede del Grande Oriente d’Italia. Qui, in una villa liberty che domina il profilo della cupola di San Pietro, Stefano Bisi, Gran Maestro del Goi, spinge la massoneria ad aprirsi, mostrando una realtà che rivendica di essere parte della costruzione democratica italiana.
«Vogliamo mostrare la nostra vera identità», ribadisce Bisi, giunto al quinto mandato alla guida del Goi, con l’intenzione di lasciare alle spalle tensioni interne e procedimenti giudiziari che avevano appannato l’immagine dell’istituzione. «Non siamo una setta, ma una realtà che da sempre difende la conoscenza, la crescita personale e la libertà», afferma il Gran Maestro, sottolineando che chi ha sbagliato ha pagato, ma non si può «criminalizzare un intero mondo per pregiudizi».
Lontani da ombre e sospetti, il Goi punta a liberarsi dalle etichette di società segreta o zona grigia del potere. «Basta un’indagine che coinvolga un iscritto, anche se ex, per gettare ombre sull’intera istituzione», osserva Bisi, che definisce questa equazione un danno che il Goi vuole smentire con trasparenza e fatti.
Un passaggio doloroso per la massoneria italiana risale al 2017, quando la Guardia di Finanza sequestrò gli elenchi degli iscritti su disposizione della Commissione Antimafia, guidata da Rosy Bindi, che ipotizzava infiltrazioni criminali nelle logge. Un’azione che Bisi definisce una ferita ai diritti costituzionali, rimasta aperta nonostante la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia accolto il ricorso del Goi, stabilendo l’incompatibilità del sequestro con i principi democratici.
«Quella notte, tra giardini, armadi e corridoi, comprendemmo quanto fosse difficile far capire chi siamo realmente», ricorda Bisi, mentre cammina tra i corridoi della villa, che oggi ospita cimeli e ricordi intrecciati alla storia italiana, dal Risorgimento al dopoguerra.
Ma la questione più sentita per il Goi resta quella dei 140 metri quadrati di Palazzo Giustiniani, acquistati nel 1911 e poi espropriati durante il fascismo. Nel 1988 era stato siglato un accordo per restituire ai massoni italiani quegli spazi per la realizzazione di un museo, ma l’accordo è rimasto sospeso, tra ricorsi legali e promesse mai compiute. La questione è ora in attesa della Cassazione e potrebbe approdare nuovamente a Strasburgo.
«Non vogliamo rivalse, ma un riconoscimento della memoria e del nostro contributo alla Repubblica», dichiara Bisi, ricordando che quei locali sono parte di un patrimonio di storia e valori, testimoni di ottant’anni di impegno sociale e culturale della massoneria italiana.
Dentro Villa Il Vascello, i simboli del Goi convivono con la sobrietà degli ambienti: un lungo tavolo, ritratti di Gran Maestri e un gagliardetto con squadra e compasso accompagnano le riunioni che avvengono «anche alla presenza dei non iniziati». In un quadro campeggia Ernesto Nathan, sindaco massone di Roma, tra i simboli di un’epoca che la massoneria rivendica come parte della propria identità.
La biblioteca della villa ospita incontri con studiosi e presentazioni di libri, segno che il Goi cerca di aprire le proprie porte e di mostrare che il confronto è una parte essenziale della sua missione. Al piano superiore, una teca custodisce il poncho originale di Garibaldi, insieme al cappello, lettere autografe e oggetti che ricordano il legame tra la massoneria italiana e il Risorgimento.
«Abbiamo partecipato alla costruzione dell’Italia, difendendo l’istruzione, i diritti civili e la separazione tra Stato e Chiesa», osserva Bisi, ribadendo che la massoneria è frutto di una visione illuminata basata su libertà e fratellanza. All’interno del Goi siedono fianco a fianco persone di ogni estrazione sociale: «Nel tempio, un benzinaio si siede accanto a un manager, uno studente accanto a un professore. Le differenze restano fuori, perché qui conta il desiderio di crescere», precisa il Gran Maestro.
Ma il sospetto resta l’ombra più lunga che accompagna la massoneria italiana, alimentato da una narrazione mediatica che riduce il Goi a una società segreta. «Non abbiamo nulla da nascondere», spiega Bisi, «i nostri riti sono simbolici e servono a stimolare la riflessione personale. Chi ha tradito quei principi è stato allontanato».
Nel giardino della villa, un tiglio secolare cresce accanto a statue e ricordi che testimoniano la continuità di un’eredità che il Goi vuole trasmettere alle nuove generazioni. «Vogliamo che i giovani conoscano la nostra storia attraverso i fatti, non le dicerie», afferma il Gran Maestro, ribadendo che la massoneria italiana non intende rivendicare ruoli di potere, ma solo la possibilità di raccontare la propria storia e proiettarsi verso il futuro.
Oggi le porte del Vascello sono aperte a visite guidate, incontri pubblici, eventi con le scuole, con l’obiettivo di mostrare la massoneria come pensiero, visione etica, impegno civile. «Non usciamo a riveder le stelle come Dante, ma qui al Vascello camminiamo sotto il sole di luglio, consapevoli di far parte di un percorso collettivo, con l’obiettivo di illuminare e non di nasconderci», osserva Bisi al termine della visita, mentre la luce attraversa le finestre della villa.
Il Grande Oriente d’Italia prova a riscrivere la propria immagine, aprendosi al confronto con la società e cercando di restituire al Paese il senso del suo impegno storico. Non un’ombra, ma una presenza viva che continua a rivendicare il diritto di essere parte della democrazia italiana, in un percorso che lega la memoria del Risorgimento alla necessità di guardare al futuro con trasparenza.
La massoneria italiana, tra il ricordo del sequestro degli elenchi e la lunga attesa di Palazzo Giustiniani, affronta le proprie contraddizioni senza sottrarsi alle responsabilità, in un momento in cui la sua identità si intreccia alla storia di chi ha contribuito a costruire il Paese. Sotto il busto di Garibaldi, simbolo di un passato che parla di libertà e ideali, il Goi rinnova l’impegno a difendere la conoscenza e l’emancipazione personale, ponendosi come interlocutore pronto a farsi comprendere.
Le stanze della villa, aperte al pubblico, diventano il luogo in cui la massoneria racconta il proprio percorso, non più in ombra, ma alla luce del sole, con la convinzione che solo attraverso il dialogo sia possibile abbattere i pregiudizi che ancora avvolgono l’istituzione.
Il poncho di Garibaldi, le lettere autografe, le fotografie dei Gran Maestri, le sale del tempio e la biblioteca sono i frammenti di una narrazione che il Goi intende restituire a chi cerca di capire cosa sia oggi la massoneria, oltre stereotipi e sospetti.
«Le finestre devono restare aperte per far entrare la luce», ricorda Bisi, mentre accompagna i visitatori tra le sale di Villa Il Vascello, indicando che la massoneria italiana vuole essere memoria viva e presenza costruttiva nella società. Un messaggio che, tra diffidenze istituzionali e interpretazioni mediatiche parziali, fatica a emergere, ma che il Goi è determinato a portare avanti attraverso la propria storia e le proprie iniziative culturali.
Con la riapertura delle porte e l’impegno per la trasparenza, il Grande Oriente d’Italia cerca di allontanare le ombre che per decenni hanno accompagnato il suo nome, mostrando un volto fatto di impegno civile, identità e dialogo, in cui la storia della massoneria si intreccia con quella del Paese.
Oggi, nella sede del Gianicolo, dove la cupola di San Pietro si staglia all’orizzonte, la massoneria italiana conferma la sua volontà di essere parte attiva della società, con la consapevolezza di un’eredità da custodire e trasmettere, illuminando le nuove generazioni con un messaggio di libertà e fratellanza.
