Leonardo ha fondato e dirige dal 1989 la Scuola di Musica
Nel cuore della Calabria, tra le pieghe di una terra antica e ricca di storia, risuona da oltre cinquant’anni il suono di un pianoforte: racconta storie di passione, dedizione e speranza. Leonardo Saraceni, che a breve spegnerà 63 candeline, è un nome che illumina la scena internazionale della musica classica, un maestro e compositore che ha trasformato il suo talento in un faro per tanti giovani del territorio.
di Ilaria Solazzo
Nato a Castrovillari (Cosenza), Leonardo ha fondato e dirige dal 1989 la Scuola di Musica “F. Cilea”, una delle più rinomate d’Italia, divenuta un vero e proprio centro di crescita culturale e artistica per il suo paese natale e le comunità vicine. Qui molti giovani trovano non solo lezioni di strumento e canto, ma un luogo dove coltivare sogni e speranze, in una realtà spesso difficile, ma sempre generosa di talenti.
Sposato con Rosalba Magnoli — presidente dell’Accademia delle Arti, fondatrice delle edizioni Magnoli Arte e coordinatrice del Premio Internazionale “Città di Castrovillari” — Leonardo è anche padre di Iole, laureata in Canto Lirico e Lettere Moderne, a testimonianza di un’eredità culturale che si rinnova.
Il suo legame con la Calabria è profondo ed inossidabile, come quello con la sua famiglia d’origine, radice e sostegno costante nel suo cammino. In particolare, per il ricordo dell’ amato padre, Francesco, ex avvocato, scomparso pochi anni addietro ed esempio virtuoso di cui il figlio spera di ripercorrere le orme.
La sua passione per la musica, nata in tenera età, lo ha portato a esibirsi in molte città d’Europa e d’oltreoceano. Nell’ agosto 2010, sotto la direzione del Maestro Jose Maria Melgar, eseguì in prima mondiale il suo Piano Concerto n.1 op.15 nel prestigioso Teatro Nazionale Juarez di Guanajuato, in Messico. Nel 2013 la prima europea del medesimo concerto con la Filarmonica Banatul in Romania consolidò ulteriormente la sua fama.
Oggi è professore presso i master annuali dei Conservatori di Celaya e Guanajuato e presidente del “Music in the World International Prize” che si svolge a Roma dal 2016. In questa intervista esclusiva, Leonardo Saraceni ripercorre le tappe più significative della sua straordinaria carriera artistica e condivide una riflessione profonda sulle difficoltà che i giovani musicisti affrontano nel 2025 per emergere in un mondo musicale sempre più complesso e selettivo.
Nella sua chiacchierata, Saraceni non racconta solo la sua musica, ma il viaggio umano dietro ogni nota, ogni applauso, ogni sacrificio.
Intervista esclusiva a Leonardo Saraceni
Buongiorno Maestro. Le dico di presentarsi in due parole. Quali sceglie?
Le rispondo: competenza ed umiltà. Perché credo che il vero valore di un artista risieda nella solida preparazione, unita alla capacità di restare sempre aperto all’apprendimento ed al rispetto per il proprio mestiere e per chi ascolta. Solo così si può offrire musica che parli al cuore, senza mai perdere la genuinità ed il senso profondo della propria arte.
“Inseguo l’orizzonte, ma non lo raggiungo mai”. Cosa vuole dire ai suoi numerosi seguaci social e non solo con questa frase che usa spesso?
Ai miei cari seguaci, social e no, vorrei dire che la vita, come l’orizzonte, è un viaggio continuo fatto di sogni, sfide e crescita. Inseguire qualcosa che sembra sempre lontano è il motore che ci spinge a migliorare, ad esplorare nuovi orizzonti dentro e fuori di noi. Non importa raggiungere a ogni costo la meta, ma godersi il cammino, abbracciare le emozioni e coltivare la passione che ci rende vivi. Continuate a cercare, a inseguire, perché è proprio in questa ricerca che si nasconde la vera bellezza dell’esistenza.
Qual è stato il suo primo incontro con la musica?
Avevo solo cinque anni quando ha iniziato a insinuarsi dentro di me. Non so dire se fosse ancora una vera passione, ma ricordo distintamente che da quel momento nessun giorno passava senza che il mio pensiero andasse al pianoforte. Anche quando non potevo suonare, quella presenza era costante, lieve come un sussurro, come la voglia di giocare con gli amici nei vicoli del paese. La musica per me era più che un suono: era vita, respiro e cammino. Il mio maestro, vedendo quanto fossi piccolo, addirittura costruì uno sgabello speciale su cui poggiare i piedi, per farmi sentire parte di quel mondo infinito di armonie.
Come è cresciuta questa passione nel tempo?
Con il passare degli anni, la musica ha assunto per me un ruolo sempre più centrale. Dopo aver frequentato il liceo classico, mi sono trasferito a Bologna per studiare al DAMS. Intanto, da privatista, ho conseguito il diploma in pianoforte in soli quattro anni al Conservatorio di Pescara. Parallelamente ho intrapreso lo studio della composizione a Roma, al Conservatorio Santa Cecilia, proseguendo poi al Conservatorio “A. Casella” di L’Aquila con il Maestro Paolo Arcà, all’epoca direttore al Teatro “La Scala” di Milano. Dopo una lunga serie di concerti, nel 1992 è iniziata la mia vera carriera concertistica; una strada che percorro con passione e successo ancora oggi.
Qual è il ricordo più vivido del suo primo concerto da solista, quando aveva soltanto undici anni?
Quel giorno è scolpito nella mia memoria con la nitidezza di un quadro luminoso. Mia madre mi aveva vestito con il completo della comunione, con tanto di cravatta, che mi trasformava in un piccolo uomo. Suonavo in una palestra gremita, quando improvvisamente saltò la corrente. Nel buio assoluto, solo il suono del pianoforte, proseguii come se nulla fosse accaduto. Le voci si spensero, il silenzio avvolse la sala e rimase soltanto la musica, pura e invisibile nell’aria. Quando le luci tornarono, la folla applaudiva in piedi. In quel momento, compresi che la musica ha la forza di superare ogni ostacolo, di parlare più forte di qualsiasi interruzione. Quell’episodio è diventato per me un simbolo di coraggio e purezza.
Lei ha avuto una collaborazione importante con ‘Casa Ricordi’. Che valore ha avuto?
Collaborare con ‘Casa Ricordi’ è stata un’esperienza fondamentale, non solo dal punto di vista professionale ma anche umano. Mi ha dato strumenti pedagogici preziosi con cui ho potuto accompagnare i miei allievi nel loro cammino artistico. Ricordo con orgoglio di essere stato, e forse lo sono ancora, l’unico docente italiano ad aver fatto diplomare un allievo in pianoforte a soli sedici anni con il massimo dei voti, secondo il vecchio ordinamento. Nei primi anni ’90, le riunioni con insegnanti provenienti da tutta Italia a Roma, a Piazza Venezioa, presso il palazzo che ospitava la Banca d’Italia, erano momenti di grande scambio e crescita, dove si discuteva di innovazione didattica e nuove pubblicazioni. Quando ‘Casa Ricordi’ fu acquistata e smembrata, quell’epoca finì, ma il valore di quell’esperienza resta indelebile.
Come giudica le condizioni attuali per chi vuole affermarsi nel mondo della musica?
Il quadro è complesso e spesso difficile da accettare. La formazione musicale di base, quel terreno fertile dove nascono i talenti, ha subito profonde trasformazioni che non sempre sono state positive. Un giovane laureato in musica oggi spesso non possiede le competenze necessarie per intraprendere una carriera concertistica e, ancor meno, per insegnare, a causa di un sistema di abilitazione complicato e poco efficace. Questo ha lasciato spazio a una moltitudine di insegnanti improvvisati, senza una preparazione solida e senza alcuna regolamentazione ufficiale. In queste condizioni, affermarsi diventa un sogno difficile da realizzare.
Non è tutto così scoraggiante, però, giusto?
Certamente, non voglio dipingere un quadro troppo cupo. Ci sono ancora eccellenze, ma sono poche e spesso isolate. È evidente nelle competizioni internazionali: solo pochi musicisti italiani partecipano, anche se quelli che lo fanno sono di altissimo livello, guidati da maestri esperti. Il problema è la scarsità di occasioni e la difficoltà di prepararsi adeguatamente in Italia, un nodo che rischia di compromettere il futuro musicale del nostro Paese.
Quali passi si potrebbero fare per migliorare questa situazione?
Servirebbe intraprendere una riforma seria e coraggiosa della didattica musicale, ispirandosi a quanto avviene all’estero. Solo così potremo garantire ai nostri giovani talenti di essere scoperti e accompagnati nel loro percorso artistico. È indispensabile che incontrino veri maestri, guide in grado di offrire un percorso strutturato, con esperienze internazionali che permettano di misurarsi con realtà diverse. Solo una sana competizione professionale internazionale potrà garantire un futuro brillante. La musica non è un mondo difficile, ma è “selettivo” nel senso più nobile, e chi vuole emergere deve saper reggere il confronto globale.
Ogni concerto è un’esperienza intensa. Come vive quel momento?
Ogni volta è un viaggio emozionante e travolgente. Durante i miei concerti suono sempre a memoria e senza intervalli, per non interrompere quella magia che avvolge la sala e abbraccia il pubblico. Può durare anche due ore, ma il tempo sembra volare in un turbine di emozioni. Ricordo con particolare emozione il concerto del 2010 a Guanajuato, in Messico, quando presentai in prima mondiale il mio Piano Concerto op.10 davanti a oltre 1200 persone in piedi che applaudivano. Quel teatro, un gioiello storico e artistico, ha ospitato mostri sacri come Lorin Maazel e Claudio Arrau. A loro si aggiunge oggi la mia musica, che si è fatta parte di quella grande tradizione.
La sua notorietà è cresciuta molto negli anni?
Sì, e ne sono grato. Oggi ho più di 3,7 milioni di presenze su Google, un dato che testimonia l’interesse verso la mia musica. Sono uno dei pochi compositori contemporanei ad aver scritto un concerto per pianoforte e orchestra nel solco della musica colta, e la critica ha spesso paragonato la mia opera ai grandi concerti di Rachmaninoff. Questo ha aperto molte porte, come l’invito della Filarmonica Banatul in Romania per la prima europea del mio concerto. Vedere poi le mie pubblicazioni sugli store Mondadori, La Feltrinelli e Libreria Universitaria, e tante altre, è stata una grande soddisfazione.
Lei ha detto che componendo si rivolge alle emozioni più profonde. Quanto conta la poesia nella musica?
Credo fermamente che la musica, nella sua essenza, sia la poesia più pura. Tutto è già stato scritto, dalle forme più antiche a quelle moderne, ma ciò che resta inesplorato sono le infinite sfumature delle nostre emozioni. Dentro ciascuno di noi c’è un “fanciullino” che si svela soltanto attraverso le sensazioni più intime e sincere, quelle che ci riempiono di gioia. Quando riesce a raccontare sé stesso e gli altri attraverso la musica, poesia e suono diventano un unico respiro. Separarli significherebbe spegnere la vita stessa della musica. Per questo ho intitolato il mio primo cd “Le emozioni che restano”: un viaggio sonoro dentro ciò che ci rende umani.
Può parlarci del progetto Haiku?
Gli haiku sono poesie giapponesi brevi e intense, fatte di tre versi che catturano l’essenza di un attimo. Nel 2019, su invito della pianista Giusy Caruso, ho creato una raccolta musicale ispirata a questi versi, in collaborazione con la Società Italiana di Musica Contemporanea di Milano. È stato un lavoro delicato, che ha dato vita a composizioni originali capaci di evocare atmosfere poetiche e profonde. A breve uscirà un cd che raccoglie queste opere insieme a quelle di altri compositori, un dialogo musicale che attraversa culture e tempi.
Cosa le attraversa la mente mentre suona?
Quando sono al pianoforte, il mio pensiero è tutto rivolto al messaggio che voglio trasmettere. Il concerto è il culmine di una preparazione intensa, ogni dettaglio è già stato elaborato e assorbito. La concentrazione è massima, e spesso memorizzo persino i gesti per rendere tutto naturale e preciso. Il mio scopo è far emergere la bellezza intrinseca della musica, farla arrivare al cuore di chi ascolta. Mentre interpreto, provo gioia ma anche una forma di sofferenza interiore: è il prezzo di dover riprodurre con fedeltà ciò che ho immaginato.
Se dovesse farsi una domanda e darsi una risposta, come suggerisce Gigi Marzullo, cosa direbbe?
Mi chiederei: “Nel silenzio che precede ogni nota, cosa mi guida nel creare qualcosa che ancora non esiste? È la tecnica, l’istinto, o la necessità di lasciare un’impronta emotiva nel cuore di chi ascolta?” La risposta la trovo guardandomi attorno: le note non le invento, le scopro sospese nell’aria. Sono guidato da un istinto profondo, dal desiderio di toccare quella parte invisibile dentro ogni persona.
Ha scritto dei Lied. Ce ne vuole parlare?
Sì, ho composto due Lied in musica classica: uno affronta una tematica sociale, l’altro è un omaggio sentimentale a mio padre. Il CD “Abriendo las Alas” include il mio Lied interpretato dalla talentuosa Sindy Gutierrez, ed è stato pensato per il mercato discografico americano, un ponte tra culture e emozioni.
Musica e poesia, ritiene siano davvero gemelle inseparabili?
Assolutamente sì. La musica è poesia che si fa suono, mentre la poesia è musica che si veste di parole. Sono due linguaggi che nascono dallo stesso respiro dell’anima, capaci di attraversare il tempo e lo spazio per parlare direttamente al cuore. Quando la musica scorre, racconta storie che le parole non riescono a contenere; quando la poesia si fa canto, svela melodie che altrimenti resterebbero mute. Separarle sarebbe come spezzare l’ala a un uccello: perderebbero entrambe la loro essenza più profonda, quel potere magico di emozionare, di far vibrare le corde più intime di chi ascolta e legge. In questo intreccio di note e versi si nasconde la vera bellezza, il miracolo che rende la vita degna di essere vissuta.
In un mondo in cui la musica sembra spesso ridotta a semplice sottofondo o a prodotto commerciale, incontrare un artista come Leonardo Saraceni è un’occasione preziosa per riscoprire il vero significato dell’arte sonora. Le sue parole e il suo percorso ci ricordano che la musica non è solo tecnica o virtuosismo, ma un dialogo intimo e universale con le emozioni più profonde dell’animo umano.
Saraceni non si limita a suonare o comporre; egli dà voce a quell’inesprimibile “silenzio” che precede ogni nota, un silenzio che custodisce la vera essenza della musica. La sua capacità di fondere rigore e sentimento, competenza e umiltà, lo pone come un faro luminoso in un panorama spesso confuso e frammentato.
Le sue riflessioni sull’educazione musicale e sul sostegno ai giovani talenti sono un monito per la nostra società: senza investire seriamente nella formazione e nella scoperta dei nuovi artisti, rischiamo di perdere la ricchezza più autentica del nostro patrimonio culturale. Saraceni ci mostra che dietro ogni grande interprete c’è un cammino fatto di passione, sacrificio, ma soprattutto di coraggio nell’esprimere se stessi attraverso l’arte.
In fondo, la musica – come la poesia e l’amore – è ciò che rimane quando tutto il resto svanisce. E Leonardo Saraceni, con il suo sguardo rivolto sempre all’orizzonte, ci invita a non smettere mai di inseguire quella bellezza che, pur sfuggente, dà senso e pienezza alla nostra vita.
