Trump chiede grazia mentre cresce tensione politica interna
Benjamin Netanyahu diventa il primo premier in carica in Israele ad affrontare un processo penale, accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio in tre casi interconnessi, ma distinti. Il leader si è dichiarato non colpevole, denunciando quella che definisce una “caccia alle streghe” da parte della sinistra, e mercoledì dovrà comparire al tribunale distrettuale di Gerusalemme. I giudici hanno respinto la sua richiesta di rinvio, malgrado impegni diplomatici urgenti, tra cui un incontro con il presidente cipriota Nikos Christodoulides.
Nel caso 1000, Netanyahu e la moglie Sara sono accusati di aver ricevuto regali per oltre 260mila dollari da miliardari, tra sigari e champagne, in cambio di favori politici. Su questo episodio si è espresso il presidente americano Donald Trump, suggerendo di concedere la grazia al premier durante un intervento alla Knesset. Nei casi 4000 e 2000, Netanyahu avrebbe influenzato regolamenti economici e coperture mediatiche a suo favore, coinvolgendo la compagnia Bezeq e il quotidiano Yedioth Ahronot.
Il processo, iniziato il 24 maggio 2020, ha subito numerosi ritardi legati alle strategie difensive dell’ex premier. Nonostante le accuse, la legge israeliana non obbliga il premier a dimettersi prima di una condanna definitiva. Durante l’attuale mandato, Netanyahu ha promosso riforme giudiziarie che hanno suscitato proteste di massa, interrotte solo dall’inizio del conflitto a Gaza, e rimane sotto mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per sospetti crimini di guerra.
Fonti ufficiali indicano che Trump continua a descrivere i procedimenti come una persecuzione politica, paragonabile alla propria esperienza personale negli Stati Uniti, alimentando ulteriori tensioni tra politica e giustizia. Le parole di Trump e la vicenda giudiziaria del premier israeliano mantengono alta l’attenzione internazionale sul ruolo di Netanyahu e sulle implicazioni delle sue azioni per la politica, il diritto e la stabilità regionale.
